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Simone Weil (1)

(Simone Weil in uno scatto giovanile del 1922)
 Leggiamo in un passo del Mein Kampf di Adolf Hitler: “L’uomo non deve mai cadere nell’errore di credersi signore e padrone della natura … Sentirà allora che, in un mondo dove i pianeti e i soli seguono traiettorie circolari, dove le lune girano intorno ai pianeti, dove la forza regna ovunque ed è la sola dominatrice della debolezza, costringendola a servire docilmente o a spezzarsi, l’uomo non può richiamarsi a leggi speciali”. Commenta Simone Weil: “Queste righe esprimono in modo perfetto l’unica conclusione che si possa ragionevolmente trarre dalla concezione del mondo quale la si deduce dalla nostra scienza. Tutta la vita di Hitler non è altro che la traduzione pratica di questa conclusione. Chi può rimproverargli di aver realizzato quanto credeva giusto? Coloro i quali, portando in sé medesimi i fondamenti della stessa credenza, non ne sono divenuti coscienti e non l’hanno tradotta in azione, si sono sottratti alla partecipazione al delitto soltanto perché hanno mancato di quella specie di coraggio che Hitler possiede” [La prima radice, SE, Milano 1990, p.215]. A mo’ di epigrafe a questo breve assaggio di alcuni temi della grande pensatrice francese pongo questo passo in cui si rivela l’atteggiamento di attenzione critica totale alla storia del proprio tempo, o meglio all’aspetto fondamentale della sua natura, che Simone Weil ci comunica. Come la forza, sulla quale tanto ha pensato, così la sua libertà spirituale è contagiosa, e chi ne medita il frutto nelle sue opere non può che riceverne stimolo e illuminazione, anche quando non ne condivida—è il mio caso—molte e importanti conclusioni. Nel complesso e magmatico panorama che ci offre il mondo intellettuale del Novecento, spiccano alcune figure in cui libertà intellettuale, grandezza d’animo, volontà di bene e profondità di pensiero convivono insieme. Non sono molte. Simone Weil è una di queste. Appartiene, anche, al gruppo di coloro che hanno pensato contro il loro secolo. Un genere di persone che non è venuto alla luce, a dire il vero, nel Novecento, ma ha illustri antenati nelle generazioni precedenti. Qualche notizia su Simone Weil, per chi non la conosca. Nasce nel 1909, da famiglia ebrea, muore nel 1943. Come muore? Il come un essere umano muore era importantissimo per gli antichi, perché definiva la qualità della persona, giacché noi siamo l’intero arco della nostra vita. Certo Simone Weil amava tanto i Greci da condividerne l’idea della decisività, per il concetto del singolo essere umano, del modo in cui questo muore. Lei muore a trentaquattro anni, di tisi, perché in Inghilterra, dove è attivamente impegnata nella lotta contro i nazisti, rifiuta di mangiare una razione giornaliera superiore a quella concessa da Hitler ai prigionieri nei campi di lavoro. Rifiuta il cibo che potrebbe salvarle la vita perché la sua identificazione con gli ultimi vuol essere totale. Simone Weil diventa cristiana. Ha un’esperienza mistica di Cristo: diretta, quindi, e sconvolgente. Ma non vorrà mai entrare ufficialmente nella Chiesa cattolica. Si sente indegna dell’eucarestia. Accetterebbe il battesimo solo se la dottrina della Chiesa ammettesse la presenza della rivelazione di Cristo anche al di fuori della tradizione ebraico-cristiana, in particolare nell’induismo e nella Grecia antica. Legge l’Iliade come poema sacro, in cui si rivela Dio, così come si rivela in alcune tragedie di Eschilo e Sofocle. Il suo è quindi un cristianesimo estremamente problematico, anche a causa della natura sostanzialmente catara del suo concetto di creazione. Simone Weil è ebrea, ma vede nel popolo cui per origine appartiene una razza di materialisti idolatri e violenti, lontani da Dio e da ogni realtà spirituale proprio come i Romani. Pensa che tutto ciò che di buono e santo si può trovare nella Bibbia provenga da fonte non ebraica (dall’Egitto, dalla Persia, dall’India). Simone Weil è una donna del Novecento, un’intellettuale francese del Novecento. Insegna filosofia. S’impegna nella questione operaia, e vede lucidamente i termini di quella contadina. Va a lavorare in fabbrica. Va a combattere volontaria in Spagna in una brigata anarchica. S’impegna nella Seconda Guerra Mondiale contro la Germania hitleriana, la cui essenza perversa aveva già colto in acute pagine. Simone Weil conosce bene il pensiero di Marx e la storia della filosofia occidentale, la insegna al liceo in modo brillante e poco ortodosso. Fa propria una visione tradizionalistica della metafisica: eterno svelamento della verità dell’essere. E’ in forza di questa che muove una critica fondamentale alla scienza, alla società, alla politica del suo tempo, che è ancora, per molti aspetti, il nostro. Come accostarsi a Simone Weil? Un accostamento al suo pensiero che fosse di tipo puramente accademico sarebbe, secondo quanto mi sembra vero, non in simpatia con quello stesso pensiero, e quel pensiero si chiuderebbe alla comprensione. Dare ascolto a Simone Weil significa anzitutto lasciarsi alle spalle molte cose, e in particolare ogni separazione tra il piano della conoscenza e il piano della vita, secondo la permanente richiesta di ogni modello conoscitivo che si costituisca come forma di vera sapienza. Dare ascolto a Simone Weil significa poi accettare la sfida di un’estrema dislocazione delle proprie categorie concettuali, qualora si sia cresciuti nello spirito dell’Occidente, e massime nella tradizione ebraico-cristiana. Dare ascolto a Simone Weil si può solo se si è disposti a farsi mettere in questione da un ciò che è dietro le parole tanto aggressivo e potente quanto si ammanta di umiltà e di aspirazione alla chenosi. In ultimo, la natura fondamentalmente esoterica della ricerca di Simone Weil potrebbe rendere anche del tutto inutile, se assunta come tale, la lettura dei molti saggi che su di lei sono stati scritti, che potrebbero risultare per lo più viziati da preconcetti di ogni tipo; e potrebbe rendere inutile pertanto anche la lettura di queste note. Che cos’è, infatti, la verità? Il quesito radicale di Ponzio Pilato deve restare senza una risposta teorica. La domanda di Pilato a Cristo, il quale non dice nulla, è la domanda cui Simone Weil dà la seguente risposta che, secondo quanto mi sembra vero, informa tutta la sua opera, o almeno la parte finale di essa, quella più matura, e la rende per ciò stesso estremamente problematica: Casi frequenti in cui affermando una verità su un certo piano, la si distrugge. Nel momento in cui la si dice (ovvero la si dice su un certo piano) non è più vera. Essa è vera solamente dietro (o al di sopra di) l’affermazione contraria. Non è dunque percepibile che agli spiriti capaci di cogliere simultaneamente diversi piani sovrapposti di idee. Essa è incomunicabile nel senso che il linguaggio è a una o al massimo a due dimensioni (a due se è scritto, ma la pagina è un limite). Questa è la ragion d’essere dell’esoterismo. Euridice. Verità che sono false appena le si guarda [Quaderni, Adelphi, Milano 1982, p.312]. E’ la profonda e stabile coscienza di questa natura della verità che conferisce a Simone Weil uno sguardo penetrante che svela l’infondatezza degli idoli del nostro secolo, e una straordinaria libertà spirituale rispetto ad ogni fascinazione ideologica. Io ritengo che valga la pena di mettersi alla scuola di questa libertà. Qual è dunque il carattere del Novecento nel pensiero di Simone Weil? E’ anzitutto quello di un secolo in cui si manifesta con la massima intensità il fenomeno dello sradicamento. Il concetto di questo fenomeno, concetto che appartiene ai fondamenti del pensiero weiliano, percorre tutta l’opera della filosofa, ma risalta soprattutto in alcuni punti dei Quaderni e nel libro La prima radice. Il fatto che il Novecento sia il secolo dello sradicamento non significa però che questo fosse sconosciuto alle epoche precedenti, anzi vi ha celebrato molti trionfi: con i Romani, per esempio, grandi sradicatori di civiltà altre dalla loro, e nel punto iniziale della loro storia (Romolo) banda di sradicati. Come i nazisti. Chi è sradicato sradica. Qui per inciso possiamo rilevare che la figura dell’uomo contemporaneo come sradicato sia ben presente in molti autori della letteratura occidentale tra la fine dell’Ottocento e l’epoca di Simone Weil (da Joseph Conrad—si pensi soltanto a Cuore di tenebra—a Joseph Roth—Fuga senza fineIl profeta muto): ma il più delle volte la narrativa fa dello sradicato una figura dell’impotenza, mentre per Simone Weil lo sradicamento è il fenomeno, per eccellenza, della forza. Ed è contagioso: chi è sradicato sradica. Un gruppo di sradicati sono i congiurati che nella tragedia Venezia salvata sono assoldati dalla Spagna per un colpo di mano che dovrebbe portare all’asservimento della città. Opportunamente Cristina Campo (che con Ignazio Silone e Mario Luzi fu tra i primi estimatori italiani della figura di Simone Weil), nella prefazione alla tragedia, da lei mirabilmente tradotta [Adelphi, Milano 1994, p.11], cita un passo de I sette pilastri della saggezza di T.E. Lawrence (il famoso Lawrence d’Arabia): “Quelli che sognano di notte si destano al mattino per scoprire la vanità dei loro sogni. Ma i sognatori del giorno sono uomini pericolosi, capaci di recitare ad occhi aperti il loro sogno fino a renderlo possibile”. Quasi in dialogo con Lawrence, il machiavellico Renaud, personificazione del male in Venezia salvata, risponde: “Sì, noi sogniamo. Gli uomini d’azione e d’avventura sono dei sognatori: preferiscono il sogno alla realtà. Ma con le armi essi costringono gli altri a sognare i loro sogni. Il vincitore vive il proprio sogno, il vinto vive il sogno altrui. Tutti gli uomini di Venezia che avranno vissuto la notte prossima e la giornata di domani rimarranno fino all’ultimo dei loro giorni senza sapere se vivono o sognano. Ma da domani la loro città (…) gli sembrerà ancora più irreale di un sogno. Le armi rendono il sogno più forte della realtà” [Venezia salvata, cit., p.53]. Qui tocchiamo uno dei nuclei del pensiero weiliano: l’uso della forza precipita nell’irrealtà sia chi ne è l’agente sia chi la subisce. Solo l’attenzione pietosa è l’antidoto. Il congiurato Jaffier (un provenzale, tra l’altro) s’impietosisce della città, e per pietà di essa denuncia la congiura e salva Venezia. Tutta la nostra civiltà sta sotto il segno di Niobe: è convinta che numero e quantità siano la cosa più importante. Ma la verità illumina l’anima in ragione della sua purezza. La quantità non c’entra. Per questo la modernità è nell’errore. Simone Weil pensa che essa da un lato cancelli tutte le differenze, creando un pensiero unico, e che questo, d’altra parte, per la sua pretesa di essere collettivo, sia un non-pensiero [“Poiché il pensiero collettivo non può esistere come pensiero, esso passa nelle cose (segni, macchine…). Ne consegue questo paradosso: la cosa pensa, e l’uomo è ridotto allo stato di cosa” – Quaderni, cit., p.139]. Il Novecento è in balìa della dismisura. L’ipertrofia dell’io e del noi si rovescia in assoluto nichilismo. Adorazione dell’anima collettiva che si sostituisce a Dio: fenomeno antico, che nel nostro secolo si presenta in forme nuove. Idolatria della scienza: scienza come figura della forza. La forza degrada lo spirito, come è rivelato nell’Iliade di Omero. La lettura illuminata dell’antico opera la demistificazione del moderno e della sua hybris. La dismisura imperante produce un orribile vuoto morale che rende l’uomo disponibile a qualunque impresa, e l’incapacità del moderno di concepire il bello. Simone Weil, grecamente, fonde in uno il bello e l’etico, operando una critica decisa della moderna separazione, che è iniziata nel secondo Rinascimento, quando all’ispirazione greca si è sostituita quella romana. Simone Weil legge la sapienza greca, quella indù e la cristiana, ed esse sono per lei un’unica e sola sapienza, fondata su di una metafisica che è eterna ed immutabile. Trascura invece sostanzialmente le fonti sapienziali islamiche e, cosa sorprendente, ebraiche (con rare e poco rilevanti eccezioni). Perché? La risposta è che l’Islam appare ai suoi occhi bacato, come Israele, dalla tendenza all’adorazione di se stesso, e della forza. Il Dio della Bibbia ebraica—quello dei libri storici soprattutto—e quello del Corano le paiono essere essenzialmente delle rappresentazioni dell’anima collettiva dei due popoli ebreo e arabo, e quindi degli idoli. Se vi è una costante nel pensiero weiliano, questa è data dalla convinzione che nel mondo si dia il regno della forza, e che la lotta contro la forza sia cosa difficilissima e attuabile solo in virtù di un’ispirazione soprannaturale, che nel suo linguaggio coincide totalmente (anche il termine grazia è usato da lei in un’accezione esterna alla tradizione cristiana, e vicina al modo in cui Plotino intende il ridondare della pienezza dell’Uno) con la conoscenza metafisica. Solo chi sia ripieno di spirito santo come il Cristo nel deserto può rifiutare la tentazione di impadronirsi della forza, cioè dei regni di questo mondo, che vengono offerti da colui che ne è il principe. E’ chiaro pertanto che regni di Israele e ordinamenti politico-religiosi di qualsiasi tipo ricadono entro categorie sostanzialmente sataniche. Il pensiero di Simone Weil è per essenza dualistico, e in questo senso fortemente debitore ad un’ispirazione catara. Il polo negativo è dato da Israele e Roma, adoratori della forza e atei[Quaderni, cit., p.123], da cui discende tutto il negativo della storia, in quanto hanno portato alla coerenza e al pieno sviluppo una originaria tendenza al male che è insita nella creazione. La concezione secondo la quale lo stesso ordinamento del mondo è per sé malvagio non conduce però Simone Weil ad una prospettiva di non-azione, ma ad un tipo di agire cosciente della propria appartenenza ad un regno che è così cattivo da rendere divina solo la decreazione. Questo agire è in lei la forma suprema del distacco. Qui si inserisce l’accostamento di Simone Weil ai testi della tradizione sanscrita (mediata, come è noto, inizialmente da R. Daumal), in particolare alle Upanishad, e con particolare intensità al Bhagavad Gîtā. Ciò che caratterizza l’approccio weiliano è la continua e strenua mediazione tra i concetti, o meglio le illuminazioni, che le si danno da quei testi e ciò che le appare come lo spirito della Grecia. Secondo quanto mi sembra vero, tre sono i testi fondamentali per l’articolazione del pensiero weiliano, che ha il suo cardine nell’idea di metaxú, cioè di tramite: l’Iliade, il Gîtā e il Vangelo. Essi sono posti continuamente sotto interrogazione, in modo che l’uno integri gli altri. Tuttavia l’ordinamento del mondo non è in sé soltanto malvagio, come il pensiero weiliano non è puramente cataro. Lo si vede nella questione della scienza moderna, che ne è una delle principali cure. Nel XVII secolo nasce una scienza che si fonda sulla credenza che la forza sia l’unica reggitrice di tutti i fenomeni naturali, e questa credenza, radicata e diffusa, da Galileo a Newton a Darwin giunge fino ai nostri giorni, mentre contemporanea mente in Occidente si crede che i rapporti tra gli uomini non debbano essere regolati da quella stessa forza. Simone Weil nota come sia inconcepibile e assurdo “che tutto l’universo sia sottoposto alla forza e che l’uomo possa esserne affrancato, quando anch’egli è fatto di carne ed ossa e il suo pensiero vaga secondo le impressioni sensibili” [Quaderni, cit., p.216]. Il nazionalsocialismo è stato invece massimamente coerente, estendendo il puro impero della forza alla società e allo stato. La sola via d’uscita è riconoscere che nella natura in sé esiste un principio altro da quello della forza. Solo l’amore applicato all’oggetto della scienza consente che la conoscenza sia un reale avvicinarsi alla verità. A partire da questa convinzione, Simone Weil sferra contro la scienza moderna uno dei più lucidi attacchi che si siano prodotti in questo secolo, attacco non astratto, ma coinvolgente un’antropologia dello scienziato. Si vedano le pagine 126 e seguenti de La prima radice, dove anche la filosofia occidentale degli ultimi secoli (o forse dalla fine della Grecia…) è trattata col martello. [Ad es.: “Come gli uomini politici sono ossessionati dal desiderio di voler fare la storia, così gli scienziati sono ossessionati da quello di sentirsi qualcosa di grande. Grande nel senso della falsa grandezza; una grandezza indipendente da ogni considerazione del bene. Al tempo stesso alcuni di loro, ricercatori prevalentemente teorici, sempre godendo di quella ebbrezza, sono fieri di proclamarsi indifferenti alle applicazioni tecniche. Fruiscono così di due vantaggi, in realtà incompatibili tra loro, ma compatibili nell’illusione; situazione, questa, che è sempre gradevolissima. Fanno parte di coloro che determinano il destino degli uomini, e quindi la loro indifferenza a quel destino riduce l’umanità alla misura di una razza di formiche; è una situazione da dèi”. Ivi, p.228]. Da un certo punto di vista, Simone Weil appartiene al folto gruppo degli intellettuali, artisti, poeti del nostro secolo che hanno tematizzato—e spesso testimoniato—la non separazione dell’arte, e dell’attività intellettuale in genere, dalla vita. E però questa unità si fa in Simone Weil sopra un modello che è antico: il modello della vita filosofica. E mentre il tipico letterato novecentista porta nelle sue pagine le proprie tensioni psichiche e l’oscura libido sua o della massa, sì che la sua opera, se è sincera, tende al magmatico, all’indistinto, o allo smisurato (non occorre qui fare esempi: si guardi alla parabola dell’arte e della letteratura del Novecento), Simone Weil adopera la scrittura come strumento di lavoro su di sé nel senso dell’ascesi e dell’enkráteia. Dove la forza—krátos—è volta all’interno, contro la parte negativa di sé. E’ illuminante la sua tragedia. E’ quanto di più simile ad una tragedia greca sia stato scritto dal tempo di Euripide. Si potrebbe forse accostarla all’Antigone di Hölderlin, che è una traduzione-ricreazione titanica e geniale. E’ totalmente fuori del suo tempo, come, nella sua filosofia, il Bene è atemporale. Eppure Venezia salvata non potrebbe essere stata scritta in altra epoca che nella nostra, perché solo in essa si sono date forme di totalitarismo radicale, e di male assoluto. Ascoltate come finisce la tragedia, che è incompiuta, ma non nel suo disegno. La città di Simone Weil è la bellezza trascendente che si manifesta nel mondo, e perciò è su di un piano più alto rispetto ai suoi abitatori, senza i quali peraltro non sarebbe quello che è, cioè una città. Venezia è lo spirito. I Veneziani sono e non sono Venezia. Solo la singola anima può afferrare la vita soprannaturale che pulsa nella città. Nella tragedia quest’anima non è Jaffier, ma la fanciulla Violetta, che forse egli ama. Jaffier, impietositosi della città, rivela la congiura spagnola ai Dieci, e ottiene l’immunità per i suoi amici. Ma, machiavellico non meno di Renaud, il Consiglio decide che per il bene della città—politicamente intesa—i congiurati devono morire. Deluso e disperato Jaffier, graziato ma disprezzato da tutti come traditore dei suoi, cercherà la morte. E mentre lui si getta tra le spade, ignara del suo destino, accingendosi alla festa, in cui la città vive l’intensità del proprio spirito, Violetta pronuncia parole che solo una grande mistica, che è stata alla scuola di Giovanni della Croce, può avere scritto.

 Giorno che sorgi puro, sorridere sospeso

Sulla città d’un tratto e i suoi mille canali,

Quanto agli umani che accolgono la tua pace

Vedere il giorno è soave!

 Il sonno mai mi aveva colmato

Come stanotte e dissetato il cuore.

Ma il giorno dolce ai miei occhi è venuto,

Dolce più del mio sonno!

 Ecco, il richiamo del giorno tanto atteso

Tocca la città tra le acque e la pietra.

Un fremito nell’aria ancora muta

Sorge per ogni dove.

 Vieni e vedi, città, la tua gioia ti attende,

Sposa dei mari, vedi, lontano e più vicino,

Tanti flutti rigonfi di sussurri felici

Benedirti al risveglio.

 Sul mare si distende lentamente la luce.

Tra un attimo la festa colmerà i nostri voti.

Il mare calmo attende. O bellezza sul mare

Dei raggi dell’aurora!

(di Fabio Brotto)

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