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Il tema che cercherò di svolgere sui rapporti tra i Greci e la Sardegna, o meglio, della Sardegna nell’immaginario mitico dei Greci in rapporto alla realtà storica, è molto vasto e non si può esaurire in una conversazione; perciò necessariamente farò delle scelte per poter seguire un filo rosso, un motivo conduttore. Andiamo con ordine, partendo dal dato oggettivo offerto dalla documentazione archeologica e storica. Noi individuiamo 2 fasi distinte e separate da un notevole lasso di tempo (circa 4 secoli) che è poi l’arco di tempo in cui il mito ha cominciato a sedimentarsi. La prima fase è quella protostorica che vede l’approccio degli antenati dei Greci, i Micenei, con la Sardegna, all’incirca tra il 1300 e il 1200 a.C. La seconda fase parte dalla fine dell’VIII secolo a.C., quella cioè che noi chiamiamo età arcaica. Userò la denominazione “Micenei”, termine ormai invalso e dettato soprattutto dagli archeologi, a cui mi adeguo più per comodità che per convinzione, sembrando a me quello di “Achei” meno ambiguo e più comprensivo di un mondo e con remotissimi riscontri nei documenti ittiti (Ahhijava) ed egizi (Akavash) e con la consacrazione letteraria negli Achaioi dei poemi omerici. I Micenei, come è noto, erano i discendenti di quella porzione di indoeuropei, che, mossisi dalla steppa dei Kirghisi a sud degli Urali, avevano costeggiato a nord il mar Nero e raggiunti gli stretti erano andati a insediarsi nelle penisola greca tra il 2000 e il 1900 a.C., mentre un altro gruppo della massa migratoria aveva puntato sull’Anatolia (discenderà da questo la gente degli Ittiti). I Micenei tra il 1300 e il 1200 a.C. avevano conseguito una posizione culturalmente e commercialmente egemonica nell’area egea e si erano spinti con i loro traffici sia a oriente che ad occidente. In quell’arco di tempo approdarono nel golfo di Cagliari. Non si può dimenticare l’eco tra gli studiosi alla pubblicazione nel 1980 nei Rendiconti dell’Accad. dei Lincei di un intervento delle archeologhe Lo Schiavo e Vagnetti sull’acquisizione di frammenti ceramici micenei d’incerta provenienza sulla costa orientale sarda, sotto il titolo Micenei in Sardegna? cui faceva seguito una postilla di un’altra archeologa, la compianta M.L. Ferrarese Ceruti che sotto il titolo Micenei in Sardegna! annunciava il ritrovamento di ceramica micenea IIIB nelle pertinenze del nuraghe Antigori di Sarroch. Si affacciava pertanto l’ipotesi di un primo emporio di naviganti venuti da oriente sul tratto di costa nell’arco occidentale del golfo di Cagliari in cui dovette avvenire la prima offerta dell’artigianato oltremarino di gente alla ricerca dei metalli di cui l’isola allora era ricca, specialmente rame e argento. Attraverso quale percorso questi audaci marinai arrivarono in Sardegna? Bene, questo è un caso emblematico in cui il mito, usato con accortezza e non assolutizzato, ma commisurato alle nostre conoscenze storiche, può offrirci un suggerimento. Ed ecco il mito: racconta Diodoro Siculo (IV, 82) e vi è un cenno anche in Pausania (X, 17, 3) nonché in Silio Italico, Punica XII, 355 ss., che Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, affranto per la morte del figlio Atteone trasformato in cervo e sbranato dai cani per aver visto la dea Artemide nuda mentre si bagnava a una fonte, abbandonò la Beozia nella Grecia centrale, fece tappa nell’isola di Ceo nelle Cicladi, raggiunse l’Africa dove dimorava la madre Cirene e fu da questa avviato verso la Sardegna. È evidente che il mito ha a che fare con la fondazione coloniale di Cirene lungo un percorso ben noto ai naviganti greci e fenici in età storica e che è plausibile sia stato seguito, già svariati secoli prima della colonizzazione in occidente, dagli antenati protogreci. Quel percorso doveva continuare oltre Cirene, costa costa, superare il canale di Sicilia e giungere al sito dell’attuale Biserta e da qui puntare sulla Sardegna verso gli approdi favorevoli tra Cagliari e Nora. Doveva essere quest’ultimo il tratto di mare tenuto presente dallo Pseudo Scilace (IV sec. a.C.) nel suo Periplo quando parla di una distanza Sardegna-Africa pari a un giorno e una notte di navigazione. Da quel punto di approdo, ancora i dati archeologici ci fanno individuare due direttrici a dimostrazione degli ulteriori contatti tra Nuragici e Micenei nell’interno della Sardegna: una verso il Sulcis-Iglesiente (lungo quella via a Decimoputzu è stata trovata una testina in avorio con il tipico elmo a scaglie di zanne di cinghiale, sicuramente un manufatto miceneo); data la ricchezza di piombo argentifero nel territorio quello doveva essere il richiamo per i Micenei e quindi ben a ragione possiamo parlare di via dell’argento (vale la pena ricordare uno scolio al Timeo di Platone che chiama la Sardegna delle età remote Arghyrophleps nesos = Isola dalle vene d’argento). L’altra direttrice ci porta nel cuore dell’isola, nelle Barbagie: nelle pertinenze del nuraghe Arrubiu di Orroli è stato trovato un frammento di vaso di alabastro di fattura micenea e non è un caso che a nord di Orroli presso Gadoni ci sia una miniera di rame ora esausta, di cui è rimasta traccia anche toponimica nel sito di Funtana raminosa: è quella che potremmo chiamare la via del rame. Sono conferme della persistenza degli scambi nuragici-micenei e quindi di acquisizione di conoscenze del territorio isolano da parte di queste genti d’oltremare. Dopo il 1200 si assiste al crollo del mondo miceneo: è l’età dei grandi sconvolgimenti, della migrazione egea, delle incursioni dei Popoli del mare; è anche la fine del mondo ittita e lo stesso mondo dei Faraoni subì duri contraccolpi: con immaginifica espressione G. Lilliu parlò di una vera caduta degli dei. Si entra nel Medio Evo ellenico, i secoli oscuri: i rapporti di quel mondo lontano con la Sardegna si interrompono. Verso l’VIII secolo un mondo nuovo affiora in Grecia, il mondo della polis, della nascita dello stato oplitico: si svolge il grande fenomeno della colonizzazione a oriente e a occidente. Il passato miceneo è mitizzato, entra in un fantastico immaginario di cui l’esempio più alto si ha nei poemi omerici. Anche la Sardegna entra in questo immaginario: contribuiscono grandemente i racconti di marinai avventurosi che hanno ripreso le rotte verso occidente: l’isola viene riscoperta e circumnavigata, le fonti greche la chiamano Ichnussa dalla forma dell’impronta del piede da loro rilevata o anche Sandaliotis, cioè a forma di sandalo. Ed è interessante ricordare qui la curiosa annotazione delle fonti, come Erodoto, che definiscono la Sardegna come l’isola più grande. Noi sappiamo che l’isola più grande del Mediterraneo è la Sicilia, non la Sardegna. Ma i Greci calcolavano l’ampiezza territoriale in base ai tempi di percorrenza e siccome per circumnavigare la Sardegna, dato l’andamento costiero, occorre più tempo di quello che occorre per circumnavigare la Sicilia, paradossalmente quell’errore è la conferma ulteriore della conoscenza che i Greci avevano della nostra isola. I Greci si appropriano idealmente dell’isola fino a dare una sistemazione complessiva a dati reali e a dati immaginari lungo “due filoni”: uno, detto timaico, (Timeo si colloca nel IV sec. a.C.) si compendia in Diodoro Siculo (I sec. a.C.), l’altro detto sallustiano in quanto Sallustio, (I a.C.) fu tramite di conoscenze greche, che attinse in certa misura dallo storico locale Mirsilo di Metimna (III sec. a.C.) e raccolse nella parte per noi perduta delle Historiae, più tardi ereditate e compendiate da Pausania il Periegeta nel II d.C. Questa appropriazione inizia appunto dal nome dell’isola, Ichnussa, come abbiamo visto: ma agli scrittori greci questo non bastava: l’autore del De mirabilibus auscultationibus (operetta del Corpus aristotelicum, ma non di Aristotele, forse di età adrianea) scrive (100): quest’isola, a quel che sembra, venne in principio chiamata Ichnussa. I Greci cioè pretendono di aver dato per primi il nome all’isola. Pausania, che è la fonte più organica dove si cerca di razionalizzare ogni aspetto del mito, detto di questa denominazione, ma consapevole della mancata fortuna del nome Ichnussa, nell’introdurre la figura di Sardo, giunto nell’isola a capo dei Libi, afferma che da questo Sardo l’isola cambiò nome. Il concetto è poi ripreso altrove nelle fonti; esemplare la glossa di Esichio che al lemma Sandaliotis spiega: un tempo così era chiamata Sardò. Pausania non si rende conto della contraddizione interna al suo stesso racconto dove è Sardo ad arrivare per primo nell’isola: per primi si dice che approdassero nell’isola i Libi, a capo dei Libi era Sardo … e da questo Sardo l’isola cambiò il nome. Infatti il primo approdo greco nell’isola è quello di Aristeo, come abbiamo visto in Diodoro e come Pausania conferma, precisando la successione degli eventi mitici: anni dopo l’arrivo dei Libi giunsero dalla Grecia Aristeo e il suo seguito. Viceversa che i Greci sapessero di una remotissima denominazione dell’isola con radice *sard risulta da numerosi indizi; si pensi ad es. che già Omero (VIII a.C.) nel XX dell’Odissea, usa l’espressione riso sardonio – sardonion ghelos – : è il celebre episodio in cui Odisseo viene fatto oggetto di scherno da parte dei pretendenti di Penelope, uno dei quali gli scaglia addosso a mo’ di dono una zampa bovina, che, schivata dall’eroe va a sbattere contro il muro; a quell’atto Odisseo sorrise μείδεϭε in modo proprio sardonio. Oggi quasi nessuno dubita più che quel sardonion sia collegato proprio alla Sardegna. Il nome Sardò appare ormai inequivoco e consacrato definitivamente nel V secolo, usato da Erodoto ogni volta che si riferisce alla Sardegna; più oltre Aristofane nelle Vespe usa una iperbolica espressione per indicare un ampio spazio che va dal Ponto alla Sardegna, appunto Sardò senza il rischio che il suo vasto pubblico non capisse. Sardò è la Sardegna, Sardonioi sono i suoi abitanti, Sardonio è il mare che bagna l’isola, Sardonia è un’erba medicamentosa ma anche tossica allignante nell’isola. Ma c’è di più. Una attestazione, questa volta non letteraria, ma documentale, archeologico-epigrafica che proviene dal campo di quell’ingombrante “competitor” dei Greci che era il mondo fenicio: la ben nota stele di Nora (cronologia alta IX sec. a.C., cronologia bassa non oltre il 740-730 a.C.), ove compare il nome dell’isola – Sardò – nella trascrizione fenicia e dunque ad una data sempre alta rispetto al tema di cui parliamo. Quel nome era ormai fissato all’isola e noto fuori di essa prima che i Greci elaborassero, a seguito della loro circumnavigazione il termine a loro caro di Ichnussa o di Sandaliotis. Diciamo allora che Ichnussa si affiancò a Sardò ma non ebbe la stessa fortuna, anzi finì relegata in ambito letterario. Sardò invece divenne Sardonia, poi Sardinia, infine Sardegna. Tornando a Sardo, le sue scaturigini africane sono già di per sé una difficoltà per gli orgogliosi mitografi greci: egli, come ammettono le fonti classiche, precedette i Greci nel mettere piede in Sardegna alla testa dei Libi; ma l’ingegno dei mitografi non è da poco: questo Sardo qualcosa in fondo aveva in comune con la grecità; infatti era figlio di Maceride, l’Eracle degli Egizi e dei Libi, come racconta Pausania, che aggiunge: di Maceride era assai celebrato il viaggio a Delfi; non solo, ma quasi a consacrare l’ideale rapporto di Sardo col mondo greco, sempre Pausania scrive che le genti di Sardegna – barbari d’occidente – inviarono a Delfi una statua di bronzo del loro eponimo. Andiamo avanti. Ecco di nuovo Aristeo, primo eroe greco giunto in Sardegna, che, racconta Pausania, trova una terra in cui ancora le genti dimoravano in capanne e caverne in modo casuale e disordinato. Narra Diodoro (IV,82): Avendo preso dimora in essa (la S.) ed amando l’isola per la sua bellezza, vi introdusse le piantagioni e, da selvaggia che era, la incivilì e generò in essa due figli, Charmo e Callicarpo. Conferma il De mirabilibus auscultationibus: (la S.) era fertile e abbondante d’ogni prodotto: raccontano infatti che fu Aristeo, che si dice fosse il più esperto agricoltore delle remote età, a governare quei luoghi, laddove prima avevano il dominio molti e grandi volatili. Una nota isolata di Solino (III-IV sec. d.C.) arriva ad assegnare ad Aristeo finanche un regno su Caralis. Dunque con Aristeo ha inizio la carrellata degli eroi greci approdati in Sardegna: passo dopo passo questi straordinari personaggi rendono l’isola da selvaggia che era sempre più civile. Ed ecco il passaggio successivo, anche questo problematico agli occhi dei presunti civilizzatori greci. Si sa che il vanto principale della grecità è la polis, la vita urbana. La colonizzazione è la riproposizione di uno schema consolidato in tutto il Mediterraneo, anzi la stessa esperienza coloniale si riverbera poi sul continente greco determinando i più avanzati progressi della vita urbana. Ebbene i Greci si dovettero misurare con un fatto storico ineludibile: la più antica fondazione urbana in Sardegna è Nora, ma non è greca, è fenicia (VIII-VII sec.); Pausania infatti deve ammettere che neanche con Aristeo furono fondate città. Non stupisce pertanto che un primo atteggiamento tra i mitografi sia la completa omissione, nel proprio repertorio, della fondazione di Nora e di quanto può collegarsi ad essa (Diodoro, ad es. ne tace e altrettanto fa l’autore delle Auscultationes). Ne parla invece Pausania, che secondo un tipico procedimento, individua in Norace il fondatore di Nora e lo fa provenire dall’Iberia: Dopo Aristeo giunsero in Sardegna gli Iberi guidati da Norace e da loro fu fondata la città di Nora; più tardi Solino ribadisce: A Norace Norae oppido nomen datum, con una precisazione, la città dell’Iberia da cui Norace proveniva: Tartesso. È interessante notare che qualcuno propone di intendere il termine Tarshis che compare nella citata stele di Nora proprio come Tartesso. Dunque tramite l’iberico Norace si evita ogni riferimento alla fondazione fenicia: ancora una volta entrano in gioco 1) l’antagonismo verso i Fenici 2) il tentativo di accaparramento di qualche elemento ricongiungibile col mondo greco. La provenienza da questo favoloso lontano e misterioso centro dell’Iberia, vicino alle colonne d’Ercole, è quanto di più propizio alla creatività mitografica ellenica: narra sempre Pausania che Norace era figlio di Ermes e della ninfa Erizia, figlia di Gerione, il mostro dalle tre teste ucciso da Eracle. Una serie di incastri che fanno gioco al mondo mitografico greco: siamo all’interno di un mito che parla di terre lontane popolate da mostri e figure prodigiose su cui aleggia l’onnipresente Eracle. Soprattutto il ruolo fondativo fenicio è oscurato dal riferimento al luogo di provenienza dei coloni, l’Iberia. Insomma i Greci sanno che Nora è fondazione dei Fenici, ma evitano di attribuirla loro e fanno aleggiare su di essa l’ombra di scaturigini inquietanti assai lontane dal luminoso ideale di città che essi hanno. In effetti il processo di colonizzazione non sempre è lineare, lungo la direttrice univoca da oriente a occidente sia per i Greci che per i Fenici. Queste avventurose genti che andavano per mare alla ricerca di luoghi propizi all’insediamento potevano spingersi molto avanti verso occidente, ma, insoddisfatte o con esperienze fallimentari o per divisioni interne, potevano anche rientrare lungo percorsi inversi. Poteva quindi anche darsi la possibilità di coloni fenici rientranti dall’Iberia e approdati in Sardegna proprio in seguito ad una esperienza del genere; né si può escludere la presenza fra loro di elementi iberici. Ed arriviamo così al salto di qualità definitivo nella civilizzazione della Sardegna che ci riporta all’ambito greco. È la vicenda di Iolao e dei Tespiadi. Questo è il racconto di Diodoro (IV, 29): terminate Eracle le fatiche ed avendogli il dio (Apollo) annunciato che sarebbe stata utile … la spedizione in Sardegna di una colonia della quale avrebbe dovuto mettere a capo i figli a lui nati dalle Tespiadi, stabilì d’inviarvi il nipote Iolao insieme ai figli. Diodoro prosegue con l’antefatto in cui spiega che queste Tespiadi erano le figlie di Tespio re di Tespie in Beozia che aveva voluto che Eracle si unisse a loro proprio per avere tale illustre discendenza; 50 erano le figlie di Tespio e 50 furono i nati che assunsero quel nome. L’annuncio del dio a Eracle avvenne quando i Tespiadi erano ancora molto giovani; di questi 9 restarono in Grecia e gli altri seguirono Iolao. Narra ancora Diodoro: Iolao avendoli presi con sé insieme a molti altri navigò alla volta della Sardegna … ripartì in lotti la parte più bella dell’isola e particolarmente la pianura che ancora oggi si chiama Ioleo … Iolao, fatto venire Dedalo dalla Sicilia, eresse molte e grandi costruzioni che permangono fino ai tempi d’oggi e sono chiamate dedalee dal loro edificatore. Costruì anche ginnasi … ed istituì tribunali e quanto contribuisce al vivere felice. Denominò altresì le genti Iolee… Diodoro dà anche una seconda versione (V, 15) in cui accenna anche alla fondazione di città degne di nota. Racconta a sua volta Pausania: come quarta componente approdò in Sardegna la spedizione di Iolao, dei Tespiesi e degli uomini dell’Attica che fondarono la città di Olbia e gli Ateniesi per proprio conto Ogryle … Ci sono ancora oggi in Sardegna regioni iolee… Pausania dunque, noto filo attico, inserisce un elemento nuovo con Ateniesi che partecipano alla fondazione di Olbia e, per conto loro, questa enigmatica Ogryle – per cui qualcuno ha ipotizzato il sito di Padria presso Bosa, suggerendo un accostamento con la Gurulis vetus di Tolomeo. E leggiamo anche l’autore del De mir. ausc.: dicono che nell’isola di Sardegna ci siano edifici costruiti secondo l’antico modo ellenico e tra gli altri numerosi e belli, anche “tholoi” modellate con straordinaria simmetria; e che queste siano state erette da Iolao figlio di Ificle quando, avendo preso con sé i Tespiadi nati da Eracle, navigò verso quei luoghi in quanto a lui appartenenti per la parentela con Eracle, per essere questi Signore di tutte le terre d’occidente. Ecco dunque le “tholoi”, che Diodoro chiama edifici dedalei, e che altro non sono che i nuraghi. Per i Greci è naturale assumerne la paternità, visto l’aspetto che ricorda loro le costruzioni megalitiche del proprio mondo passato: esse vanno assegnate all’età degli eroi, i loro eroi, che avevano operato nel mitico mondo di secoli e secoli prima. In realtà è stato posto il problema di una possibile incidenza dei Micenei sul megalitismo sardo in cui non mi addentro; mi limito a dire che ben a ragione i maestri della protostoria sarda G. Lilliu, E. Contu, E. Atzeni la hanno negata, anche alla luce della lunga e lineare evoluzione dal mondo prenuragico a quello nuragico e delle evidenti dissomiglianze. Ma per tornare al nostro discorso, è evidente la grande confusione creata dalle fonti con l’appiattimento in un unico contesto di cose appartenenti ad epoche tra loro molto lontane: infatti questi coloni sono rappresentati da un lato come fondatori di città, dall’altro come gli edificatori delle più emblematiche costruzioni nuragiche risalenti a molti secoli prima. Ma come va a finire la vicenda? Diodoro (IV, 30, 4-5 e cfr. V, 15, 3) racconta: “ma qualcosa di particolare e di sorprendente venne ad accadere a questa colonia: il dio infatti aveva profetizzato che tutti i partecipanti alla colonia e i loro discendenti sarebbero rimasti liberi e la loro vicenda è stata conseguente fino ai nostri tempi. Infatti quelle genti, col passare del tempo, essendo i barbari che partecipavano alla colonia in maggior numero, s’imbarbarirono e, trasmigrate nelle montagne, abitarono in zone disagevoli; presa l’abitudine di nutrirsi di latte e carne e possedendo molto bestiame non avevano bisogno di grano; costruitesi abitazioni sotterranee, sfuggirono ai pericoli di guerra. Perciò prima i Cartaginesi e poi i Romani spesso avendo combattuto contro di loro, fallirono l’obiettivo”. Passando così con disinvoltura al piano storico, l’autore fa sparire gli antichi civilizzatori dal loro iniziale orizzonte; si imbarbariscono, ma mantengono il più gran dono degli dei, la libertà, l’eleutheria e il suo culto. Così termina l’avventura greca secondo Diodoro. Lo stesso Iolao del resto, egli racconta (V, 15, 6), dopo aver contribuito all’assetto della colonia, rientrò in Grecia, mentre i Tespiadi dopo essere stati a capo dell’isola per molte generazioni alla fine si ritirarono in Italia. Pausania (X, 17, 6-7) procede a colmare quello che può sembrare un vuoto lasciato da Diodoro: Caduta Ilio un certo numero di Troiani scampò e tra questi, quelli che si salvarono con Enea; una parte di questi, trasportata dai venti in Sardegna, si congiunse agli Elleni che già vi abitavano … Molti anni dopo, i Libi arrivarono di nuovo nell’isola … e mossero guerra ai Greci. I Greci furono pressoché distrutti o solo una piccola parte riuscì a scampare. Quanto ai Troiani si rifugiarono sulle alture dell’isola … e gli Iliei mantengono tuttora il nome, ma sono simili ai Libi… Anche Pausania concludendo (X, 17, 9) passa disinvoltamente dal mito alla storia: I Cartaginesi … assoggettarono tutte le genti di Sardegna ad eccezione di Iliei e Corsi; la sicurezza dei monti impedì che questi fossero ridotti in servitù. Pausania si è posto un problema ignorato da Diodoro: se gli Iolei scompaiono, sussistono nella storia gli Iliei, per i Romani quegli Ilienses con cui ebbero ripetutamente a che fare come Livio attesta e che ancora Plinio nella Naturalis Historia ricorda tra le genti sarde ancora non urbanizzate all’inizio dell’Impero: Ilienses, Balari, Corsi, mentre il suo coevo Pomponio Mela registra: in ea populorum antiquissimi sunt Ilienses. Il dato è imbarazzante: chi sono questi Ilienses? Per Pausania ovviamente la soluzione è quella collaudata dalla mitografia nell’escogitare un’ascendenza mitica anche a questi; essi sono i discendenti dei Troiani per avventura finiti in Sardegna, alleatisi con gli Iolei contro l’ultima ondata dei Libi e alla fine rifugiatisi sui monti. Saranno loro un giorno a dar filo da torcere ai Romani. Le nostre conoscenze sugli Ilienses sono arricchite da uno straordinario documento archeologico-epigrafico; sull’architrave del nuraghe Aidu Entos, tra Mulargia e Bortigali ai piedi del Marghine ha richiamato l’attenzione degli studiosi un’iscrizione di piena età romana che recita Ili(ensium) iur(a) in / nurac Sessar: sembrerebbe, qualcuno ha proposto, quasi la targa di una condizione da “riserva indiana”. C’è un rapporto tra Iolei e Iliei? Data la somiglianza dei termini c’è chi ha pensato a una sola gente, detta prima, in ambito greco Iolei e poi, in ambito romano Iliei/Ilienses. È lecito pensare che alla base ci sia un etnico sardo con radice *il (si pensi a toponimi come Iloi/Ilai o anche Illorai o Iliai o ancora Iloghe); su quel calco sono nati i termini greci e latini che hanno alimentato la fantasia dei mitografi, con un’avvertenza: gli Iolei non appaiono fuori dal mito, mentre gli Iliei/Ilienses appaiono ben operanti nella storia, ma non hanno nulla a che fare con la saga greca; sono le fiere genti sarde che si sono misurate a lungo con i Romani. Dunque la valenza dei due termini non è la stessa essendo delle due più sospetta e deformante dell’originale sardo la forma Iolei, creata dalla fantasia e dall’orgoglio nazionale greco, ma rimasta relegata all’ambito meramente letterario. Tutto ciò non impedisce naturalmente di richiamare il fatto che anche l’ultima leggenda, quella degli esuli da Troia risponda a interessi propagandistici del mondo greco prima, romano poi, sicuramente favorito da un certo momento dalla famiglia Giulia. C’è un ultimo elemento da richiamare: l’affannosa ricerca di un padre nobile greco in Sardegna. Le fonti, specialmente Diodoro (IV, 30, 2), parlano di un culto di Iolao nell’isola: egli ha l’appellativo di padre, a lui si offrono sacrifici come a un dio. Pausania (IX, 23, 1) diversamente da Diodoro afferma che Iolao morì in Sardegna e Solino, in sopraggiunta narra che gli Iolei edificarono un tempio accanto alla sua tomba, in quanto, imitando le doti dello zio (Eracle) liberò la Sardegna da tantissimi mali. Ma anche qui il gioco appare scoperto: di divinità venerata in Sardegna ce n’è una ben attestata, risalente all’età nuragica, nella fase punica assimilata a Sid e in età romana rivitalizzata per scopi politici con Augusto e più tardi con Caracalla: Sardo, il Sardus Pater dei Romani; si pensi alla continuità cultuale del tempio di Antas presso Fluminimaggiore, sul cui epistilio campeggia l’iscrizione Temp[l(um) d]ei [Sa]rdi Patris Bab[ .. ] ed alla moneta dell’avo di Augusto, M. Azio Balbo, governatore dell’isola nel 60 a.C., che reca sul verso proprio l’effigie di quel dio con copricapo piumato e lancia in spalla e la leggenda Sard(us) Pater. È su questa figura ed il suo culto cui venivano annesse virtù taumaturgiche che i mitografi ricalcano la figura e il culto di Iolao, ma anche questo culto restò relegato nell’immaginario greco. Un’ultima annotazione su cui non mi dilungo. Riuscirono veramente i Greci a fondare la colonia di Olbia? Qualche archeologo, in base a certi ritrovamenti pensa di sì, forse alla fine del VII secolo. Certamente i dati storico-letterari non aiutano in quella direzione (Erodoto riferisce tre episodi in cui la Sardegna entra nelle mire degli Ioni d’Asia, prima e dopo la battaglia di Alalia che pose fine alla vita di quella colonia in Corsica, ma ogni volta la prospettiva cadde); e lo stesso nome greco Olbίa, La Felice, potrebbe essere fuorviante; anche Neapolis, nell’Oristanese, è nome greco: può ben trattarsi di calchi ereditati dai Romani nella forma greca, che hanno finito per imporsi col tempo in luoghi frequentati, questo sì, dai naviganti greci. In ultimo non va sottaciuto il restringimento degli spazi coloniali in Sardegna da parte dei Cartaginesi diventati ormai egemoni nel mondo fenicio. Quanto a Ogryle il caso è così disperato che non mette conto parlarne. Gli antichi Sardi non ci hanno lasciato la loro storia; restano le costruzioni megalitiche che parlano per loro: i nuraghi, le tombe di giganti, i pozzi sacri. Restano la bronzistica e la statuaria. Gli antichi Sardi ci sono stati raccontati soprattutto dai conquistatori romani e non certo nei termini più lusinghieri: Sardi venales! Africa ipsa parens illa Sardiniae! Ecco, nei confronti delle fonti greche, in definitiva, scopriamo di avere un debito, paradossalmente al di là dell’intendimento degli antichi autori. I Greci non si radicano nell’isola e tanto meno conquistano la Sardegna; essi però conoscono la Sardegna: il nome Ichnussa nasce dalla conoscenza derivante dalla pratica marinara – l’isola dalla forma del piede umano – “La più grande”, dice Erodoto. I Greci scoprono che la Sardegna è un’isola grande, ricca di vegetazione e di straordinari edifici, popolata da gente libera e che ama la libertà. Ebbene nel loro immaginario quella Sardegna, trasferita nell’età del mito, è una terra civilizzata da loro stessi, attraverso l’opera dei loro eroi: Aristeo, Iolao, Dedalo, sotto l’alta protezione di Eracle: gli eroi greci hanno insegnato la trasformazione delle colture, hanno costruito quegli straordinari edifici. Gli eroi greci si sono stabiliti in Sardegna. Ma in età storica di questi Greci in Sardegna non c’è traccia! E allora i mitografi si inventano il loro sterminio e l’imbarbarimento dei superstiti che ha reso irriconoscibili i discendenti degli illustri antenati, mescolati ormai ai barbari indigeni: essi però hanno mantenuto la libertà, il bene più prezioso per i Greci. Qui il cerchio si chiude: questi Greci imbarbariti che hanno fatto causa comune con l’elemento locale, sono anch’essi solo e semplicemente i Sardi dell’età storica: i Sardi pelliti delle montagne, gli Ilienses; né Greci né Troiani dunque, ma le fiere genti di Sardegna! Dietro lo schermo e la tendenziosità del mito, il mondo greco finisce per dare un eccezionale tributo di riconoscimento ai Sardi e alla Sardegna!

(di Ignazio Didu)

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