Tag

, ,

mileto29big

 (Il Teatro Di Mileto).

Talete di Mileto Filosofo (n. forse 624 o 623 a.C.- m. tra 548 e 545 a.C.). Secondo la tradizione dossografica fu il più antico filosofo greco, fondatore della Scuola di Mileto, di cui avrebbero poi fatto parte Anassimandro e Anassimene, non legati da rapporti di discepolato ma da un comune atteggiamento nella ricerca. Poche e incerte le notizie sulla sua vita; inattendibili le attribuzioni delle opere di Talete, che fu considerato il primo dei Sette sapienti e viene rappresentato dalla tradizione come uno scienziato, distaccato dalla vita quotidiana, e insieme come un abile politico e uomo pratico. Narra Platone, nel “Teeteto”, che un giorno Talete mentre passeggiava, intento a scrutare le stelle e tutto preso nei suoi pensieri, cadde in un pozzo. Una servetta tracia, di certo spiritosa (ma anche senz’altro maliziosa), lo prese in giro dicendogli che egli si preoccupava di conoscere le cose del cielo e non si accorgeva di ciò che gli stava davanti ai piedi. L’episodio esposto in questo aneddoto è molto famoso e si presta a svariate considerazioni, tanto che infatti è stato ampiamente interpretato sotto molti interessanti profili. Di solito disquisendo sul significato del riso della servetta tracia, oppure della caduta del sapiente o del suo guardare al cielo. Ma c’è anche un altro elemento che non sempre è evidenziato a sufficienza, e che invece contribuisce molto, seppure forse in modo in parte inavvertito, al senso del racconto. Mi riferisco all’essere Talete del tutto preso, prima di cadere nel pozzo, in una situazione di totale isolamento. Al fatto che Talete è, preso nei suoi pensieri, del tutto solo. Ed è questo essere immerso, solo, nei suoi pensieri che lo distrae dal mondo esterno in cui sta il pozzo che non vede. Talete dunque, colui che per consolidata tradizione è considerato il primo filosofo e che dunque è anche la prima rappresentazione di quel particolare “tipo antropologico” che il filosofo anche è, è tratteggiato anche come assorto, e chiuso in una sua solitudine. Concentrato solo verso lo spazio siderale cui volge pensiero e sguardo, si trova poi a sprofondare all’improvviso nel pozzo di cui non si avvede, in modo ridicolo certo, ma anche in modo traumatico e pericoloso. La stella di Talete che egli, immerso nella sua solitudine, guarda (nel mentre altri guardano la strada e non cadono dentro pozzi o fossi) lo fa precipitare in un buco, dentro la terra, chiudendolo in uno spazio dove – seppure nel contesto narrativo la caduta duri il poco tempo che dura – Talete se ne sta davvero fisicamente isolato e solo, inghiottito nell’abisso che segue in nesso logico-narrativo al contemplare la stella. Quasi che dal solitario a tu per tu con la stella segua il precipitare in un in sè di solitudine ancora più profonda, e più pericolosa. Nel racconto dunque, a guardar bene, ci sono pure e cielo e terra. Terra che inghiotte, irrimediabilmente soli nel mentre si sprofonda in essa. E cielo: la stella che chiama il nostro sguardo. E da cui veniamo – noi pur sempre polvere di stelle verso cui anche lì torniamo – oriente e origine, direzione e senso. Stella nello spazio siderale in traiettoria solitaria, senza rapporto ad altro se non qualche altra luce che ad essa giunge da lontano. Stella solitaria, unico sole per ogni sguardo nel mentre vi si immerge. Così per Talete, così per ognuno che se ne stia chiuso nei suoi pensieri volti alle sue stelle. A rischio di ritrovarsi in fondo al proprio pozzo. In solitudine assorta. Fino a che una servetta trace non ci riporti altrove, ossia qui, con la sua risata. Il raccontino sul primo dei filosofi dunque contiene in realtà una simbologia potente. E allude alla definizione di chi sia il filosofo, ne delinea una stilizzazione, a mezzo tra la figura del sapiente e l’inetto un po’sbadato. In entrambi i casi tale perchè del tutto assorto nei suoi pensieri. Chiuso o perso in un suo mondo. Uomo che, se non sempre, spesso se ne sta perciò in fondo solo e da solo. Pensatore inoltrato su una strada solo sua. In solitudine dunque. Ma con un prezzo da pagare, che la solitudine comporta. Fosse anche solo, ma non è questo solo, il prezzo di esporsi al riso di una servetta tracia. Certo: Talete in realtà è figura ancora legata all’arcaico mondo della sapienza. E’ presocratico (o presofista, se si preferisce) e si potrebbe sostenere che la sua verità e stilema siano ancora quelli dell’acropoli, laddove poi la filosofia emerge invece, contrapponendosi appunto al sapienziale, come ricerca di un sapere dibattuto e dialogante, nell’agorà. Eppure, a ben vedere, nonostante i filosofi tentino magari davvero (e forse già a partire da Talete stesso) di uscire dalla cittadella del loro mondo di pensieri per esporre – a tutti dunque e nel dibattito con tutti – quelli che reputano le loro verità e tesori; la loro isolata solitudine in realtà non cessa. Perchè quel che perlopiù accade, nel tentativo di questo aprirsi o offrirsi al mondo, sono invece, ben che vada, spesso un dialogo tra sordi o una serie di fraintendimenti. Da cui il ”campo di lotte senza fine” in cui la filosofia pare consista e che, anche quando fosse lotta fra “scuole” e non solo semplicemente fra individui, è pur sempre modo dell’incontro tra percorsi ognuno a loro modo sviluppati in una propria solitudine. Ma se è in questo campo di lotte che emerge subito come sia difficile la vera comunicabilità tra i grandi pensatori, tuttavia nemmeno il pubblico poi dei non filosofi – che magari assiste all’agone filosofica e magari (se ha ragione Colli con le sue tesi circa la nascita della filosofia) è pure giudice in una lotta di fatto mortale per la verità – in realtà sta in una reale dimensione comunicativa col filosofo, perché tale pubblico tende per lo più a fraintendere e non può non fraintendere. Se ne sta infatti per lo più su un altro registro, in base al quale porge ambiguamente un ascolto che in realtà attende spesso solo rassicurazione e facili risposte, quando non sviluppi pure a volte anche una malcelata sorda ostilità (o un fondo di disprezzo, cui allude pure il riso della servatta tracia) che investe di stigma chi è visto arrogarsi il diritto a sapere – su qualcosa che si percepisce decisivo e riguardante in ogni momento tutti – lui solo per davvero circa ciò che tutti già peraltro ritengono fondamentalmente di sapere già. Esiste dunque, fin dalle origini della filosofia e innanzitutto allo sguardo dei non filosofi, senza dubbio la raffigurazione del filosofo come personaggio strano, un po’inetto forse pure, ma comunque tendenzialmente assorto e, soprattutto, solitario. Ed è tale immagine che forse prevale e non può non prevalere sul modello, in parte alternativo, dell’intellettuale dialogante che costruisce e scambia i suoi saperi innanzitutto nel rapporto intersoggettivo. Non può non prevalere, dico, perchè in realtà c’è molto di vero in essa in quanto filosofare per davvero implica sempre una riflessione autonoma che precede il dialogo, e un rimuginare solitario successivo su quanto il dialogo ha portato. Filosofia certo è infatti sempre dialogo e si realizza solo nel dialogo, ma il dialogo fondamentale è pur sempre quello tra sè e sè, tanto che ogni voce davvero ascoltata è sempre incontro con una parola che viene interiorizzata, per cui è dentro ogni sè che si aprono davvero ogni dialettica e ogni itinerario filosofico. Perciò ogni itinerario filosofico è anche sempre quindi solitario. Di difficile comunicabilità perciò, perchè in fondo irripetibile e dicibile sempre solo in parole, che al più a questo percorso individuale alludono. Una qualsiasi parola su di esso detta è infatti sempre troppo poco e al massimo solo lo adombra. E se la filosofia quindi tenta di costituirsi anche come comunità filosofica, lo fa forse solo nel tentativo di uscire da questa dimensione di solitudine più originaria e a cui in fondo alla fin fine ogni filosofo inevitabilmente sempre torna. La figura del filosofo solitario e assorto nei suoi pensieri non rimanda perciò solo al fatto “tecnico” della concentrazione del pensiero nello sforzo. Il fatto è che il filosofo è assorto in sè stesso, nella concentrazione tutto come racchiuso in sè solo. Il filosofo è cioè solo. E’ da solo Socrate quando davvero è a tu per tu col suo daimon o con la sua stranezza che lo blocca per strada e lo lascia lì assorto per ore. Ed è solo qualunque suo discepolo al quale la maieutica lascia il dover sbrigarsela da solo per cavare fuori da sè, nel “conoscere sè stesso”, il vero. Ma prima di loro sono soli Eraclito, nel suo ascolto del logos entro l’immensità di psiche, e Parmenide di fronte alla dea che lo immerge nel suo mondo di pura accecante luce. Solo in tutto il suo itinerario è il prigioniero della caverna di Platone. Solo Aristotele pensante il suo dio pensante. Solo Agostino di fronte a Dio nei soliloqui e le confessioni. Ma soli anche Cartesio, chiuso entro una stanza riscaldata a rimuginare il dubbio dentro un mondo di meccanica estensione, e pure Spinoza, letto da pochi e compreso da ancor meno, cacciato da tutti e felice a lavorare lenti. Eroicamente solo Bruno, che paga con la vita il prezzo del non convincere, non compreso, quanto per lui è l’evidenza della verità. E Nietzsche, il più solitario, che riesce solo a sussurrare appena, a Lou Salomè, la tremenda verità intravista e al più a vagheggiare stellari amicizie al fondo delle inimicizie. E solo è Wittgenstein, ultrasensibile e intrattabile. Solo Heidegger pontificante nel suo linguaggio profondamente oscuro…. E soli altri, e altri, nel moltiplicare dei possibili esempi. Nel ripetersi di una dinamica in cui l’impressione quindi è anche che in realtà il fatto sia che nessuno poi neanche ascolti per davvero l’altro. Ma tuttavia questa stilizzazione del filosofo non è tanto che alluda a una solitudine personale, che peraltro spesso pure c’è. Anche se nulla impedisce che il filosofo possa stare pure spesso in compagnia, in pubblico o con amici, la solitudine qui è invece proprio una “solitudine filosofica”, che  è sì forse condizione imprescindibile per inoltrarsi lungo sentieri profondi e originali, ma che implica anche il pagare lo scotto di una pericolosa incomunicabilità (chi ha davvero mai veramente inequivocabilmente capito tutti i meandri del pensiero di Hegel o Kant?). Incomunicabilità di cui peraltro chiunque provi a far filosofia fa con facilità esperienza. Tanto che infatti – anche al di là della eventuale questione se davvero questa solitudine sia la condizione effettiva e prevalente nel fare filosofia e se la stilizzazione del filosofo descritta sia perciò corretta – è peraltro fuor di dubbio che chiunque si inoltri anche solo un poco nell’avventura della riflessione filosofica personale debba fare i conti anche con questa sensazione di solitudine e di difficoltà comunicativa con gli altri. E con tutti gli altri, perchè solitudine e sensazione di incomunicabilità filosofiche si avvertono – oltre che verso gli altri filosofi – anche verso coloro con cui si ha a che fare, anche in modo profondo, nella vita quotidiana. Inevitabile solitudine peraltro. Perchè diventando anche solo un po’filosofi, si diventa assorti, si viene presi a elaborare visioni tra sè e sè. E così ci si addentra in mondi nuovi. Inconsueti e atopici rispetto a quello consueto e comune. E questi mondi in più presentano pure pretesa di verità. Da un lato quindi impongono la propria forma e reclamano a un’attenzione e a un riconoscimento della loro verità che non può lasciarti come se non si fossero mai incontrati. Ci si ritrova quindi trasformati. E dall’altro lato ci si ritrova così inoltrati avanti lungo sentieri in cui a un certo punto ci si scopre isolati e soli. Perché solo chi avesse fatto lo stesso cammino avrebbe potuto trasformarsi insieme. Ma nessuno invece può avere e ha la stessa strada. Il pensare per davvero produce cioè trasformazione che allontana chi non si trasforma assieme. E anche perciò la solitudine del filosofo a volte isola troppo e può perciò essere difficile da sopportare. Al più, perciò, il filosofo può solo tornare indietro o incrociare qualcuno per scambiare due parole che però non possano che solamente alludere a quel non detto visto o intravisto che solo dà senso specifico e concreto a quanto detto. A volte si possono intravvedere altri itinerari, altre traiettorie, da lontano. E’ perciò difficile innanzitutto il rapporto del filosofo col senso comune, nel quale peraltro per lo più si sta e si deve stare per non perdere radice alla propria terra. Il senso comune infatti quasi sempre fraintende e tende a non capire. Anche perché in esso giocano pregiudizi, anche solo sedimentati nel linguaggio, sulla filosofia e il filosofo. Stereotipi, ma soprattutto obiezione circa il “parlar difficile” (ma come usare un altro linguaggio, o quello appunto del senso comune che serve per il già detto, se si vuol dire il mai prima detto cui ogni seria ricerca filosofica in fondo porta?) o, ancor più frequentemente forse, obiezione alla pretesa di verità (“Chi sei tu per dire di dire il vero? “. Dove suona già la richiesta a un chi e di un chi, laddove la filosofia sa che in fondo non è detto un chi ci sia). Difficoltà analoga peraltro si dà frequentemente quando all’ascolto della filosofia si pone l’orecchio di qualche altro ambito disciplinare, che non è in realtà quasi mai disposto – in questo colloquio – a dismettere, neppure provvisoriamente, l’attribuzione di validità indiscussa dei suoi contenuti accumulati o dei suoi presupposti epistemologici. Anche qui la filosofia, se non si pone solo come ancella a questi vari saperi, difficilmente è anche solo ascoltata e intesa per davvero. Ma anche quando filosofi dialogano tra loro è difficile non avere l’impressione che se ne stiano in realtà soli e inascoltati gli uni agli altri. Al di là infatti delle buone maniere e a volte dei reciproci apprezzamenti, ognuno in fondo, laddove abbia avuto un suo percorso anche minimamente personale e originale e non sia semplice ripetitore di parole altrui, procede per la sua strada e imbastisce i suoi discorsi secondo traiettorie che nessuno riconosce mai del tutto all’altro nella verità che intendono avere. Il punto è però anche che tutto questo è pure in qualche modo inevitabile, perché comunque per davvero ognuno ha la sua storia personale, e pure la storia degli studi – magari filosofici – che gli è capitato di fare, dei libri che ha avuto occasione di leggere, delle persone con cui ha parlato perché ha avuto modo di incontrare. E questa storia dipende spesso semplicemente dalle pure circostanze e il caso. E se nuovi e altri incontri accadono, non possono che inserirsi sempre entro una precompressione da cui non si sfugge, la quale rende però anche la propria comprensione e riflessione sempre appunto solitaria in fondo. Sempre si porta ogni altrui discorso entro il proprio mondo e dunque lo si traduce, laddove tradurre non può che essere sempre pure un tradire. Anche perciò, quindi appunto, in realtà è molto difficile comunque il vero comunicare tra gli individui. Ma soprattutto che i vari pensatori dialoghino davvero tra loro perché ognuno elabora e sviluppa il suo mondo teorico in modo tendenzialmente autosufficiente e tende perciò per lo più soltanto a includere in esso quanto gli proviene, negli incontri, dall’esterno. Non tanto e non solo nel ribadire un’identità, quanto piuttosto nello stare in una profonda autotrasformazione autossistente. Eppure questa solitudine deve poter essere superata. Perché se a guidare la ricerca di ciascuno è qualcosa che si può anche dire semplicemente “onestà intellettuale” è chiaro che la ricerca di ciascuno verte circa lo stesso e che ogni filosofia (e ogni approccio alla verità, anche di altro tipo e stile) non può che essere un differente modo di significare e dire la stessa cosa. Che deve poter esser detta in tanti modi dunque certo – e diversi perché ciascuno inevitabilmente parziale e finito, orientato da diversa destinazione – ma modi che possono essere tutti insieme anche ciascuno allusione, segno, simbolo della medesima cosa. Come nel prisma la stessa luce si rifrange in mille modi. Ma anche una volta pensato e detto ciò, la solitudine del pensiero resta. Ognuno guarda la sua stella, segue la sua traiettoria. Al più ammicca qualche balenio lontano di altre luci. Verso le quali si sa che si manda, a nostra volta, luce. Luci verso cui dunque è possibile una maieutica, secondo l’indicazione decisiva della saggezza socratica che rimanda ciascuno alla ricerca della verità nell’intimità di sè con sè (del “conosci te stesso”). Ma che maieutica per davvero vi sia non è più che possibile. O augurabile. A meno che non vi sia, o ci attenda, il vivere davvero, in un qualche modo, la verità dell’altro. In un esperire l’esperire altrui.
(Paolo Masini)

Annunci