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Zeus di Smirne 250 d.C. Museo del Louvre, Parigi.

Quando consideriamo gli inni filosofici in una raccolta dedicata agli inni religiosi dell’antica Grecia dobbiamo intanto porci il problema se questi inni possono effettivamente e in che misura essere considerati inni religiosi, anche se si rivolgono agli Dèi antichi. Infatti, come gli inni di Callimaco sono anche composizioni letterarie che riflettono la visione del mondo di un autore preciso, anche gli inni filosofici non hanno come scopo la celebrazione di questa o quella divinità, ma piuttosto la diffusione e spiegazione di un’idea di divinità o di un’idea che viene presentata sotto forma di una divinità. Può sembrare strano, ma è normale in un’ottica politeista, dove per di più c’è spazio per idee diverse dietro uno stesso atto di culto e dove ogni aspetto della vita si riflette nella religione senza che si possa parlare di un dominio della religione sulla vita stessa come accade quando si parla di fondamentalismo monoteista. Perciò anche se non sono inni da celebrazione, anche gli inni filosofici possono rientrare tra gli inni pagani, a patto però di comprendere l’idea che vogliono tramandare; si intendono ovviamente gli inni rivolti alle divinità ‘classiche’ e non alle personificazioni di concetti altrimenti assenti dal pantheon ‘tradizionale’. L’inno alla virtù scritto da Aristotele è la celebrazione di un’idea, non di una divinità per quanto reinterpretata dal filosofo, quindi non rientra tra questi inni. L’ottavo inno della raccolta degli inni omerici, l’inno ad Ares, può essere considerato in realtà un inno filosofico, perché esprime una concezione del dio Ares che è vicina all’idea neoplatonica. Gli inni filosofici più noti dell’antica Grecia sono l’inno di Cleante a Zeus e gli inni di Proclo; derivando l’uno dalla filosofia stoica e gli altri da quella neoplatonica, danno oggi qualche problema di interpretazione perché entrambe le filosofie sono state saccheggiate dal cristianesimo e perciò alcuni concetti espressi possono essere facilmente travisati. Invito chi sia curioso di saperne di più a leggere innanzitutto gli inni e poi a farsi un’idea della loro cornice filosofica. In questa pagina darò solo alcune note di contesto, come introduzione a questo inno a Zeus. Se l’uomo religioso cerca sempre la propria salvezza in Dio, il filosofo etico invece invita l’uomo a cercarlo in se stesso, certi stoici sono così imbevuti di sentimento religioso, da entrare in tensione con l’ideale di autonomia dell’uomo nei confronti di Dio.

Cleante di Asso (III°sec.a.C) fu il successore di Zenone alla guida della scuola stoica; il suo inno a Zeus fu composto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo a.c. ed è l’unico testo stoico dell’epoca che ci sia giunto integro. Va considerato alla luce non solo della filosofia stoica, ma anche della religione e della letteratura ellenistiche. Di Cleante oltre all’inno ci restano i titoli delle sue opere e qualche frammento, da cui sappiamo che si occupò parecchio sia di religione che di poesia e in particolare di come i poeti fossero in grado di esprimere la verità sugli Dèi, ma non sappiamo a quale punto dei suoi studi si collochi l’inno a Zeus. Gli studiosi ritengono comunque che l’inno, che presenta Zeus come il principio attivo del cosmo, la sua mente e il suo ordine in divenire (un concetto che è immanente negli stoici, non trascendente come per i cristiani), in linea con la concezione stoica, venisse comunque utilizzato in qualche forma di culto all’interno della Stoa, dal momento che si conclude con una preghiera. L’inno comincia con un’invocazione a Zeus signore della natura e fonte delle leggi che la governano; ha una parte centrale più filosofica, in cui si toccano temi etici dei comportamenti sbagliati nell’uomo e delle loro conseguenze, e si conclude con una preghiera affinché Zeus salvi chi lo invoca dalla ‘distruttiva ignoranza’. L’inno insomma mescola elementi più tradizionali, richiami agli inni omerici, con l’idea filosofica stoica.

L’Inno a Zeus dello stoico Cleante é una delle più elevate preghiere dell’antichità. Tradizionalmente viene suddiviso in: una invocazione preliminare (1-6), i titoli e le imprese del Dio (7-31), una preghiera finale (32-39). Lo Zeus di Cleante non é la personificazione di una forza cieca ma la legge universale che tutto amministra con giustizia : giusta é la sua potenza. Non c’é l’odio biblico per i malvagi e per i nemici: il fulmine, simbolo del la sua potenza, può ferire ma anche guarire. I malvagi possono rinsavire dalla loro “follia” e i nemici “divengono amici”. In fondo la loro colpa principale é l’ignoranza. E proprio questo chiede con insistenza Cleante al suo Dio potente ma misericordioso: Salva gli uomini dalla loro funesta ignoranza.

 O più glorioso degli immortali, sotto mille nomi sempre onnipotente, 
Zeus, signore della natura, che con la legge governi ogni cosa, 
Salve; perché sei tu che i mortali han diritto d’invocare.
Da te infatti siam nati, provvisti dell’imitazione che esercita la parola, 
Soli tra tutti gli esseri che vivono e si muovono sulla terra; 
Così io ti celebrerò e senza sosta canterò la tua potenza. 
É a te che tutto il nostro universo, girando attorno alla terra, 
Obbedisce ovunque lo conduci, e volentieri subisce la tua forza; 
Così grande é lo strumento che tieni tra le tue mani invitte, 
Il fulmine a due punte, fiammeggiante, eterno.
Sotto i suoi colpi, tutto si rafferma; 
Per suo mezzo reggi la Ragione universale, che attraverso tutte le cose
Circola, mista al grande astro e ai piccoli; 
Grazie ad esso sei diventato così grande ed eccoti re sovrano attraverso i tempi.
Senza di te, o Dio, non si fa niente sulla terra, 
Né nel divino etere del cielo, né nel mare, 
Tranne che quel che ordiscono i malvagi nella loro follia. 
Ma tu sai riportare gli estremi alla misura, 
Ordinare quel che é senz’ordine, e i tuoi nemici ti divengono amici.
Perché tu hai armonizzato così bene insieme il bene e il male 
Che vi é per ogni cosa una sola Ragione eterna, 
Quella che fuggono e abbandonano i perversi tra i mortali, 
Disgraziati, che desiderano senza sosta il possesso dei (pretesi) beni, 
E non badano alla legge universale di Dio, né l’ascoltano, 
Mentre, se le obbedissero con intelligenza avrebbero una nobile vita; 
Da se stessi si gettano, insensati, da un male all’altro; 
Questi, spinti dall’ambizione, alla passione delle contese; 
Quelli, volti al guadagno, senza alcun principio; 
Altri, sfrenati nella licenza e nei piaceri del corpo, 
(Insaziabili) vanno da un male all’altro
E fan di tutto perché succeda loro proprio il contrario di quel che desiderano.
Ah! Zeus, benefattore universale, dai cupi nembi, signore della folgore, 
Salva gli uomini dalla loro funesta ignoranza; 
Dissipa questa, o padre, lungi dalle loro anime; e concedi loro di scorgere
Il pensiero che ti guida per governare tutto con giustizia, 
Affinché, onorati da te, ti rendiamo anche noi grande onore, 
Cantando continuamente le tue opere, come si conviene
Ad un mortale, poiché né per gli uomini é più grande privilegio 
Né per gli dèi, di cantare per sempre, nella giustizia, la legge universale.

Se si analizza questo breve testo, espressione di una religiosità sincera, si ha l’impressione che il logos, più che il dio Zeus, sia lo strumento con cui Zeus stesso governa tutto il cosmo; ma così non può essere. Il nostro filosofo fu in verità uno dei più tenaci assertori della dottrina del logos materiale, perfettamente in linea con tutti gli altri stoici, infatti sembra loro [agli Stoici] che ci siano due principi del tutto: quello attivo e quello passivo. Il principio passivo è la sostanza priva di qualità, la materia; il principio attivo è il Logos immanente in essa: cioè dio. Questo, essendo eterno e diffuso in essa, produce ogni cosa. Tale principio è posto da Cleante nel suo libro “Gli atomi”. Cleante dopo aver saturato, per così dire, col discorso sugli dèi cielo, terra, aria e mare, a nessuno di questi ha concesso l’immortalità e l’incorruttibilità, se non a Zeus, nel quale tutti gli altri dèi confluiscono, allorché si corrompono… ma ciò non segue dai loro principi. Egli, però, proclamandolo a piena voce nelle sue opere sugli dèi, sulla provvidenza, sul destino e sulla natura, va ripetendo a chiare lettere che tutti gli altri dèi sono soggetti a nascita e a dissoluzione nel fuoco. Gli Stoici più antichi pensavano che tutto finisca nel fuoco etereo, quando dicono che al ritmo di cicli di lunghissima durata si ha la distruzione del cosmo, i fautori della combustione cosmica – quella che loro chiamano conflagrazione – non prendono il termine “distruzione” in senso proprio, ma l’usano per indicare un cambiamento naturale.

Tutti gli dèi possono essere assunti in Zeus sotto la forma di Zeus.

Lo chiamano Dia, poiché per mezzo di [di’hon] lui esistono tutte le cose;

è detto Zeus (Zena), in quanto è causa del vivere [zen] o contiene la vita”.

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