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(Frèderic Nietzsche autore de “La gaia scienza” da cui è tratto questo racconto).

Quando il professore rientrò, all’ora del desinare, la vecchia cuoca che gli aprí la porta, gli disse – con la voce strozzata e la faccia sconvolta:

Signor padrone, la signora è andata via!

Via, dove? – chiese lui, cadendo dalle nuvole, cercando di sgombrare la sua mente dall’importante problema di filologia che tutto l’occupava.

Via! Partita! Ci ha abbandonati tutti! Anche il bambino! Povero signor padrone! –

E la fedele vecchia donna (superstite esemplare di una estinta specie) si mise a singhiozzare. Allora Matteo Patrizi comprese. E fu talmente sbalordito che quasi non giungeva ad accorgersi del suo proprio dolore, cosí come accade quando si riceve in qualche parte del corpo un colpo improvviso che a tutta prima non ci fa male. Però, egli, il male, poco dopo, lo sentí. Voleva bene a sua moglie, in un modo un po’ strano forse, ma glie ne voleva. Poco sensualmente, perchè egli non era un uomo sensuale; l’amava come un buon amico, come un fratello, con qualche accensione amorosa, ogni tanto, nei momenti di riposo dall’indefesso lavoro. Era professore nell’Università di X, valoroso umanista, galantuomo perfetto, di animo mite e gentile, ma cosí chiuso nella sua dottrina e nel suo pensiero, che tutto il resto – all’infuori dei suoi libri, delle sue carte, della sua aula e della sua studentesca (di questa avrebbe anche volentieri fatto a meno) – era lettera morta per lui. Anche sua moglie. L’amava, ma non la conosceva: l’amava, ma non se ne occupava. Gli pareva che dovesse essere la più felice delle donne. Non aveva essa tutto? Un buon marito, una soddisfacente agiatezza, un bel bambino, una graziosa casa, dei vestiti eleganti, parecchi svaghi. Cosa le mancava? Nella casa paterna essa non aveva nulla. Era figlia di un impiegatuccio che non le aveva dato nemmeno un soldo di dote. E Matteo Patrizi aveva avuto l’orgoglio di darle tutti i beni della vita. Era disinteressato, idealista, filantropo, umanitario, nel fondo del cuore… eppure innamorato fino all’egoismo dei suoi studi che lo prendevano tutto come una tirannica amante. Il cuore dell’uomo è pieno di contraddizioni! Cosí, egli non si era accorto che sua moglie non era felice perchè le mancava quella misteriosa cosa che si chiama l’amore. Era una donna d’istinto e di passione. Non corrotta, non ignobile, ma impulsiva ed eccessiva. Di quelle donne per le quali il fulcro dell’universo è il sentimento amoroso. Ella aveva tutto, sí, ma aspettava l’amore. Il quale le giunse, all’improvviso, quando ella fu sui trent’anni, sotto le sembianze di un giovane aviatore dal cuore di leone e dagli occhi colore del cielo ch’egli aveva scelto per sua dimora… Pieno d’ardore, sprizzante vita da tutti i pori, coi capelli ondulati come l’acqua. L’opposto di suo marito, cosí ponderato e taciturno… e già un po’ calvo. Amava le belle donne, e la signora Alba Patrizi era molto avvenente. Era un veemente, un sincero, un istintivo. Anche lui s’innamorò sul serio e volle la donna tutta per sè. Ella vibrò di passione e di gioia, come ad una musica lungamente aspettata, perdendo ogni freno e ogni potere su di sè. E fuggí con lui.

Cosa faceva intanto il povero professore nella vedova casa? Aveva i suoi libri e il suo bambino. Di questo, doveva occuparsi di più e gli si era maggiormente affezionato. Aveva una bambinaia toscana che lo teneva con cura. La vecchia cuoca era un’ottima massaia. La casa filava press’a poco come prima. Solo, il salotto e la camera da letto erano chiusi. Gli facevano malinconia. Egli dormiva nel suo studio, sopra un’ottomana.. La vita da scapolo, in fondo, era la sua vera vita. Ma una grande tristezza occupava il fondo del suo cuore, L’amor proprio offeso non lo aveva fatto soffrire molto. No. Era filosofo e ben sapeva che la sua integrità morale non poteva esser tocca dalla folle condotta di sua moglie, anche se il sorriso della gente accompagna un marito gabbato. No. Ma una grande pena, sí. Per sè, per il bimbo, e per lei. Strano, eh? Proprio anche per lei! Povera creatura! Ma se era felice? Ah già! Ma la felicità così non pareva a lui la vera felicità. E poi egli sentiva un certo senso di responsabilità per il fallo di lei. Che cosa curiosa! Indignazione, certo, ribellione, repulsione per quella sciagurata, eppure anche una misteriosa pietà. Il padre di lei gliel’aveva affidata, vergine ventenne, pura come un giglio. I suoi sentimenti erano buoni. Era di temperamento casto. Il fondo della sua anima era onesto e pio. Se n’era accorto e sempre più persuaso in quasi dieci anni di matrimonio, a certi segni che non ingannano. Con che voce parlava ella al loro bambino! Che devozione aveva per la Madonna! O come aveva dunque fatto a dimenticare suo figlio e la sua religione? Certo non poteva averli dimenticati, e doveva essere accaduto in lei qualche cosa di più forte di tutto, di veramente terribile: un cataclisma dell’anima! Partendo, aveva lasciate per lui poche parole, trovate sulla scrivania, in quel giorno fatale: le sapeva a memoria: «Mio povero Matteo, mio piccino adorato, perdonatemi, se potete! Non posso vincermi e non posso dividermi. Seguo il mio destino. Dio avrà pietà di me, perchè ho lottato tanto! – Alba». C’era tutta una tragedia in quella ventina di parole. Matteo Patrizi preferiva sentire solo quella, nella sua dignità di marito e di padre, cui avrebbe data molta noia il pensiero dell’altra faccia della questione… la faccia che ride… Gli piaceva, per dir così, considerare sua moglie come la vittima di una volontà più forte e malvagia che aveva offuscato la sua coscienza e trionfato della sua fragilità… E, tutto sprofondato nello studio delle lingue neolatine, rivolgeva a se stesso – sorgendo dalle lontananze storico-letterarie nelle quali soleva mentalmente vivere – qualche rimprovero: «Forse non mi sono occupato abbastanza di lei. Era così bellina e così giovane! Dovevo vedere di più. Dovevo difenderla meglio. E perchè non ho fatto vendetta di colui? L’ignoto nemico, egli l’odiava. Ah sí. Il suo mite animo, che non conosceva asprezze nè rancori, aveva provato per la prima volta, a quarant’anni, il triste odio umano che vorrebbe, potendo, cancellare un essere vivente dal mondo. E quel sentimento, nuovo e amaro, gli faceva male. Eppure, non sapeva nè voleva liberarsene… anche sentendo che ogni azione ostile verso colui sarebbe stata inopportuna e ridicola…

Un giorno, rincasando (due anni circa dopo la partenza di sua moglie) si ripetè press’a poco, la scena sbalorditiva di allora. Pcrchè la vecchia domestica, dopo avergli aperto l’uscio, con gli occhi spalancati e la voce strozzata, gli disse:

Signor padrone… non sa la notizia?

Il bambino? – interrogò lui, afferrando la vecchia per le spalle.

Grazie a Dio, sta benone! No. Ascolti. Mi ha detto l’inquilina del pianterreno… sa? Che torna da Venezia… che…

Spicciati! Cassandra della malora!

Insomma, lui, quello della signora, è morto!

Ma non si può affermare che la seconda notizia, data al professore dalla sua cuoca, a due anni di distanza dalla prima, fosse al cuore di lui altrettanto dolorosa quanto l’altra. Ah no! La sua probità non giungeva fino all’eroismo. Dolore, proprio, no… Anzi, si vergognava di ammetterlo, quasi contentezza fu la sua. Ebbe perfino paura che la cuoca si fosse sbagliata. E pure gli seccava d’interrogarla. Come fare dunque per sapere? Da due anni oramai egli non aveva nominata Alba nè in casa nè fuori. E solo casualmente, da un vecchio amico che gli voleva bene, al quale aveva, dopo la catastrofe, aperto l’animo, aveva saputo che sua moglie viveva a Venezia, col suo amante, in un grazioso nido, in una iridescente luna di miele che faceva invidia a chi vi passava accanto, tanto la sua luce era splendente e suggestiva… Quell’amico, per ragioni di famiglia, aveva continue comunicazioni con Venezia. E da quegli si recò, la sera stessa, Matteo Patrizi, per avere notizie precise. Era proprio cosí. Eppoi anche i giornali, il giorno appresso, raccontarono il fatto. «L’aviatore X… era caduto, in un volo di prova, e si era fracassato il cranio. La sua giovane «vedova» era semi-pazza dal dolore». Ah già! Una cosa alla quale Matteo Patrizi non aveva a tutta prima pensato. Il dolore di lei. Naturalmente. Se aveva preferito lui a tutto il resto dell’universo, adesso che lo aveva perduto, il suo dolore doveva essere molto grande. Questo pensiero evidentemente, non faceva piacere alcuno al professore. Anzi gli procurava un su e giù molesto dalla gola all’epigastro… Quel senso di molestia durò e s’accentuò… e colui che lo provava non si rendeva conto di ciò che quella molestia significasse… Rancore? Gelosia?… Certo non era un santo… Ma era cosí filosofo, superiore alle miserie della vita! Aveva da lungo tempo superato il periodo della gelosia carnale verso di lei… eppure soffriva pensando al dolore di quella donna, come già aveva sofferto pensando alla vita sciagurata di lei… La pietà. Questo sentimento umano, che l’uomo prova difficilmente per gli altri e sempre per se stesso, si era svegliato in lui, cancellando ogni palpito di egoismo. Più nessun rancore verso quella donna, nessuna implacabilità di giudizio, nessun rammarico per il suo proprio perduto bene. Solo una grande pietà verso quell’essere umano che soffriva. Egli era riuscito, senza sforzo, spontaneamente, quasi miracolosamente a non sentire più se stesso come fulcro dell’universo, e poteva guardare la tragedia altrui, non già dalla scena del teatro della vita – per dir cosí – ma da un lontano posto di platea, libero e solo. Non era più lui l’offeso e gli altri gli offensori, secondo il modo di considerare le cose usato da quasi tutti gli uomini. Egli era, per se stesso, un uomo come un altro, il quale poteva essere imparziale e giusto e soffrire del male altrui con identica sincerità di commozione come se si fosse trattato del male suo proprio. Cosí fioriva dal suo cuore liberamente, la pietà verso la creatura che tanto lo aveva offeso… Ricordava la voce con la quale ella parlava, un tempo, al loro bambino… la voce del più tenero, del più appassionato amore; e si rivolgeva la domanda dolorosa di due anni innanzi: «Ha ella dunque potuto amare qualcuno più del bambino cui ella parlava così?». Ed ora, quel qualcuno era morto. Che colpo, che strazio, per lei! Certo, cosí religiosa, ella aveva sentito in ciò il tremendo castigo di Dio! Allora la sua pietà non potè più rimanere contemplativa, ed ebbe bisogno di operare. Aveva ancora un po’ di pudore, cioè qualche resto di rispetto umano… ma la pietà spazzò via ogni cosa. Andò dal suo vecchio amico e gli chiese aiuto per avere notizie della sventurata. E le notizie furono quelle ch’egli si attendeva. Alba era in uno stato da far piangere i sassi. Malata di corpo e d’anima stava sempre a letto, perchè non aveva la forza fisica nè quella morale per ricominciare a vivere. Sprovvista anche di mezzi, perchè l’infelice che era morto non le aveva lasciato nulla, e abbandonata da tutti. I parenti che le restavano non erano più in relazione con lei: e amici non ne aveva a Venezia dove aveva vissuto il suo irregolare romanzo d’amore. La padrona di casa soltanto, una buona signora, aveva pietà di lei e non osava sfrattarla, benchè si preoccupasse dei danni che a lei sarebbero incorsi da quello anormale stato di cose. Alba diceva che non aveva il coraggio di uccidersi, per non offendere ancora di più la sua religione e suo figlio, ma che sperava morire. Se però la Madonna non le faceva la grazia di prenderla, allora avrebbe lavorato per vivere… e aveva pregato la padrona di casa di cercarle un piccolo impiego… anche come operaia. Matteo Patrizi, senza più discutere con se stesso, per impulso irrefrenabile del cuore, partí un giorno per Venezia e senza neanche scendere prima all’albergo, si fece condurre col mezzo più rapido nella via, al numero che si era precedentemente fatto indicare, ed ebbe il coraggio di entrare in quella casa. E disse alla poveretta, che trovò alzata, convalescente, ma quasi irriconoscibile:

Andiamo, povera Alba, vestiti, vieni con me. Dov’è tuo figlio, ivi è la tua casa. Iddio ti perdonerà. Io ti ho perdonato! Erano cosí semplici e schiette le sue parole, cosí nobile il suo contegno, cosí pietoso il suo sguardo… che la donna provò un sentimento di sollievo e vide un bagliore di speranza guizzare nelle tenebre del suo strazio. Ma si sentiva cosí colpita, cosí castigata, cosí assolta dal dolore patito… che non pensò nemmeno nel suo umano egoismo, di chiedere a lui perdono, nè di dirgli «grazie»; e lo seguì.

E la vita in tre ricominciò, regolare, apparentemente tranquilla, nella onesta casa del professor Matteo Patrizi, dopo la parentesi di due anni. Vivevano insieme, come due amici, come due fratelli, i due coniugi: lei sentendosi rinascere, a poco a poco, come chi abbia tocca la soglia della morte e ritorni insperatamente alla vita. Finita la sua giovinezza, spenta ogni volontà di gioia, per sempre, sí, ma avviata a riattaccarsi alla sua maternità e alla riconquista se non della stima, della dignità di se stessa. Aveva adesso un timido culto per suo marito, che considerava un santo e che trattava con un rispetto nuovo, dalla umiltà del suo cuore che sempre le doleva… Il bimbo non aveva capito il dramma, aveva credute le favole raccontategli, aveva accolta con gioia la madre, cosí come prima l’aveva dimenticata… Era bello, robusto, lieto, egoista, come una giovane bestiola e metteva in quella casa triste la nota fresca della vita e della felicità che avevan voglia di prorompere. E Matteo Patrizi era cosí pacatamente ma saldamente soddisfatto delle cose e di sè, che non s’accorgeva della mutata atmosfera morale che lo circondava, fuori di casa sua. La gente lo sfuggiva un poco, o lo trattava con minore deferenza di prima… Chi sa perchè? Eppure aveva scritto un libro che superava per dottrina e novità di concetti tutte le altre sue opere! Come mai in un concorso per un posto universitario cui ambiva non era stato prescelto? Egli non ne trovava plausibile spiegazione… Quel fatto ingiusto lo colpí e lo addolorò. E come egli un giorno se ne spassionava con un collega, si udí rispondere press’a poco cosí: «Be’, che vuoi farci, Patrizi? Tutto non si può avere! Tu hai rivoluta la rondinella che era scappata dal tuo tetto, perchè l’amavi troppo e non potevi farne a meno… e certe posizioni difficili si pagano, a questo mondo. Per la cattedra che tu volevi occupare, occorreva un puro!». Matteo Patrizi fu come un uomo che cada dall’alto e che si faccia molto male; ma ebbe la forza di sorridere e di rispondere: «Già, è vero!». Però, a casa sua, fra le pareti domestiche, egli non poteva nascondere il suo cruccio, e pur senza parlarne mai, non riusciva a mostrarsi sereno come prima. L’ingiustizia umana lo amareggiava cosí profondamente.., che gli pareva doversi vergognare di appartenere alla vilissima umanità. Lo pensava, ma non lo diceva. Ma sua moglie lesse nel suo pensiero. Quell’uomo era svergognato e deriso dalla gente, ed era rovinato nella sua carriera… per lei! Cosa poteva mai fare, ella, per consolarlo, per compensarlo almeno, un poco, del grande sacrificio da lui compiuto? Per dimostrarsi degna di tanta santità, non doveva ella fare qualche cosa per lui? Ella non aveva più niente di buono, di bello, di puro nell’anima: aveva solo, di suo, di tutto suo, gelosamente conservato, un segreto di dolore, una terribile verità che nessuno sapeva, che lei medesima non aveva mai guardato coraggiosamente in faccia… e sentí il bisogno, quasi il dovere di offrire a lui, umilmente, in dono il suo segreto. Un giorno in cui vide il pover’uomo più curvo che mai sotto il peso della sua pena, Alba gli si avvicinò, s’inginocchiò accanto a lui, e gli disse con la voce tremante, cosí:

Voglio dirti una cosa, una cosa passata.., non spaventarti, una cosa tanto strana… che può aiutarti a sopportare la tua pena. Tu sei forte e saggio. Guarda dall’alto in basso gli uomini che sono quasi tutti deboli o pazzi. Perchè ti meravigli tu, che la gente non veda il tuo cuore? Nessuno vede il cuore degli altri, non solo, ma nessuno conosce il suo proprio cuore! Ascolta, Matteo, questa cosa tremenda. Cos’è che ha cagionato tutto il nostro male, quello di due anni e mezzo fa… e quello di ora? Una passione sciagurata che in due non sapemmo vincere e che io credevo eterna… Ebbene, non lo sai? Anche se quell’infelice non fosse morto, noi ci saremmo presto separati… perchè egli non mi amava più, e io avevo cominciato a non più amarlo…

Tacque, quasi spaventata dal suono delle sue parole. Ed egli disse solo, mettendole una mano sul capo curvo:

È cosí. Quando si tratta del cuore umano… le sillabe della saviezza non sono che queste tre: Mis-te-ro.!

L’amore è certamente tutto, meno che un mezzo di conoscenza.

Tutto ciò che è fatto per amore è sempre al di là del bene e del male,

e che cosa amerò se non l’enigma delle cose?”

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