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Bellezza, è un termine che deriva dal latino “bellus” (bello), che a sua volta è un diminutivo del termine “bonus” (buono). Per Platone e Aristotele, la bellezza corrispondeva al “Vero”, mentre per gli uomini moderni la bellezza è quella qualità che in modo spontaneo suscita sensazioni di piacevolezza e benessere. Per quanto si sia tutti d’accordo nel riconoscere che esiste una bellezza oggettiva e una bellezza soggettiva, è quasi sempre la seconda che suscita le più accese discussioni. E a dispetto dei luoghi comuni che associano la bellezza al mondo femminile, ciò che viene percepito come bello, che suscita quindi un’emozione, lo si trova in ogni ambito: in natura – nell’arte – nel pensiero, non a caso infatti citiamo: bello come un cielo stellato, un capolavoro di ragazza, buono come il pane, belle parole che toccano il cuore

Con questo breve articolo, Elena Romano, ci invita alla riflessione:

“Che la bellezza sia un piacere è cosa innegabile. La contemplazione di un paesaggio, l’ascolto di una sinfonia, la presenza di quel fiore nel giardino, così come l’ammirazione di un dipinto, sono tutte esperienze che determinano in noi un certo godimento. In via preliminare si può pertanto affermare che una cosa è bella innanzitutto perché piace. Ma non tutto ciò che semplicemente piace è per questo definibile come bello e la definizione della bellezza in funzione del piacere richiede pertanto una caratterizzazione specifica di questo piacere. Il giudizio “questa rosa mi piace” non è in altre parole equivalente al giudizio “questa rosa è bella”, così come le esperienze da cui si originano questi due giudizi estetici non implicano la stessa tipologia di piacere. In questa operazione di distinzione della bellezza da ciò che le è simile e che quotidianamente viene frainteso con essa è implicito il tentativo di recuperare e di garantire l’autonomia del campo estetico del bello. Un simile tentativo non può non ignorare il risultato raggiunto dall’Analitica del bello della Critica del Giudizio estetico di Kant. È difatti esattamente in questo luogo che l’operazione analitica di individuazione della specificità della bellezza giunge ad un esito tanto contro-intuitivo quanto sorprendente: il piacere che caratterizza l’esperienza estetica del bello nasconde, nell’immediatezza del suo accompagnare una tale esperienza, il suo radicamento nel dominio delle facoltà conoscitive. In questo modo, ovvero seguendo il procedimento analitico kantiano nella ricostruzione della scoperta della vera natura della bellezza, questo breve intervento vuole contribuire a rispondere alla domanda: “in cosa consiste l’esperienza estetica della bellezza?”. La risposta sarà un tentativo di cogliere la sfida dell’estetica kantiana di garantire un’unione tra bellezza e riflessione, senza sopprimere il legame inequivocabile della prima con il sentimento di piacere. Mi trovo di fronte ad un oggetto bello, un ente naturale come un fiore, o un prodotto artistico. Formulo il giudizio: “questa rosa è bella”. Cosa indica il predicato della bellezza? Che cosa esprime dell’oggetto a cui viene legato nel giudizio? Sono queste le questioni da cui si origina l’analisi sulla bellezza. Quest’ultima non viene difatti considerata in sé, ad essere analizzata è piuttosto l’esperienza di un oggetto bello, definita dalla formulazione di un giudizio specifico, definito giudizio di gusto. La bellezza rappresenta per Kant un predicato affatto particolare: non determina nulla dell’oggetto di cui è predicato, ma esprime bensì un qualcosa riguardo al soggetto stesso che formula il giudizio in questione. La bellezza è in altre parole il predicato di un giudizio che in primo luogo è un giudizio estetico, attraverso il quale quindi non si conosce nulla dell’oggetto rappresentato, ma viene piuttosto espressa una relazione con il soggetto percepente e in particolare con il suo sentimento di piacere. Il soggetto viene affetto da una rappresentazione: si trova di fronte ad una rosa rossa e formula il giudizio: “la rosa è rossa”. Con questo giudizio egli ha determinato una qualità dell’oggetto, della rosa, ovvero il suo essere rossa. Il giudizio in questione è un giudizio conoscitivo: la rappresentazione del rosso della rosa si riferisce all’oggetto a cui viene legato come predicato nel giudizio. Il caso è completamente diverso se il nostro soggetto di fronte alla stessa rosa rossa dice: “questa rosa è bella”. Come anticipato, questo giudizio è un giudizio estetico, ovvero il predicato della bellezza non è riferito alla rosa – sebbene sia legato ad esso in un giudizio – ma al soggetto stesso attraverso il piacere che egli prova nella contemplazione della rosa. Attraverso questo piacere del bello, attraverso la sua formalizzazione in un tale giudizio estetico, il soggetto, scrive Kant, sente se stesso, è il suo senso vitale ad essere chiamato direttamente in causa. Dell’oggetto non viene determinato nulla, ma la bellezza della rappresentazione evidenzia nel e per il soggetto un meccanismo che rimane nascosto nello stesso procedimento conoscitivo. Questa distinzione tra giudizi conoscitivi e giudizi estetici accenna solamente alla natura di questo meccanismo, che nel piacere estetico, e vedremo in particolar modo quello specifico della bellezza, viene attivato: la capacità ovvero di questo piacere di rivitalizzare, risvegliare, interpellare il soggetto nella sua totalità, totalità di cui il soggetto ha coscienza attraverso il sentimento che scaturisce dalla rappresentazione dell’oggetto bello. L’esperienza della bellezza rientra pertanto nel campo dell’esperienza estetica, o in altre parole, il giudizio di gusto è un particolare tipo di giudizio esteticoCosa distingue a questo punto la bellezza da un oggetto semplicemente piacevole? In cosa l’esperienza della bellezza si distacca da quella semplicemente estetica? Quale peculiarità risveglia il piacere del bello nel soggetto? L’esperienza della bellezza è in primis un’esperienza di purezza, o per dirla con Kant, un’esperienza disinteressata. La facoltà di desiderare non deve giocare alcun ruolo nell’esperienza della bellezza, non si deve in altre parole permettere che il giudizio di gusto venga contaminato da un’inclinazione, ovvero da un interesse verso l’oggetto. D’altronde, se il piacevole si definisce come ciò che piace ai sensi, questo tipo di godimento sarà un godimento interessato all’esistenza dell’oggetto e al suo possedimento. La bellezza richiede invece pura contemplazione e già in questo modo Kant inizia l’intricato percorso di distinzione della bellezza, nonostante la sua natura strettamente estetica, dal dominio del mero godimento sensibile, dell’inclinazione e del desiderio. Già la richiesta di una contemplazione estetica di contro al godimento del piacevole apre la via a questa ricerca di unità tra ambito estetico e speculativo che troverà la sua massima realizzazione nel dominio della bellezza. Una tale considerazione permette, infatti, di implicare che, se la bellezza è contemplazione disinteressata, essa si pone in un gradino più alto rispetto al mero soggettivismo che caratterizza il piacevole nel dilettare i sensi. Diversamente dal piacevole, la bellezza, pur rimanendo inserita in un’esperienza estetica e dunque radicalmente soggettiva, pretende di valere universalmente. Se di fronte alla rosa affermo che questa mi piace questo piacere è il mio piacere e non contesterò se il mio vicino affermerà il contrario. Se per contro mi trovo autenticamente a riconoscere che la rosa è bella, allora sarò sorpresa se il mio vicino non condividerà questo giudizio. In che cosa consiste quindi lo scarto tra bello e piacevole? Cosa porta alla formulazione di un giudizio di gusto piuttosto che di un giudizio estetico generale? In presenza di autentica bellezza, l’indicazione proviene da una “voce universale”, che ci suggerisce che ciò che stiamo contemplando sia oggetto di un piacere universalmente condivisibile. La bellezza si distingue dunque dal piacevole principalmente per questo aspetto di universalità, che Kant definisce universalità soggettiva. Essa caratterizza il bello come ciò che piace universalmente senza concetto, in quanto quest’ultimo non esprime altro che una determinazione dell’oggetto del giudizio, ovvero il riferimento del predicato all’oggetto in questione, fatto immediatamente negato ad un giudizio estetico. La natura della bellezza si è resa in questo modo ambigua: essa è immersa nel domino estetico eppure richiede di essere universalmente riconosciuta, quasi appartenga al dominio logico. Come può essere giustificata questa pretesa di universalità? Può forse essere accettata così come essa si presenta nella sua immediatezza di “voce universale”? L’urgenza di affrontare questo problema conduce alla necessità di ripensare il rapporto tra bellezza e piacere esattamente così come esso si presenta nella sua immediatezza. Il fatto che l’esperienza della bellezza si presenti sotto la luce di un’esperienza di piacere, così come, in altre parole, che il predicato della bellezza indichi il legame tra la rappresentazione e il soggetto riferendosi appunto al suo sentimento di piacere, non dice nulla sull’effettiva natura della relazione che intercorre tra la rappresentazione di un oggetto come un oggetto bello e il piacere ad esso connesso. Nell’indagare questa relazione ci si rende però ben presto conto che la qualificazione di qualcosa attraverso il predicato della bellezza non può, come potrebbe invece sembrare, fondarsi sul piacere, pena la perdita del carattere di universalità che è stato riconosciuto come specifico dell’esperienza del bello. Il sentimento di piacere, data la sua radicale valenza soggettiva, non potrebbe quindi rendere ragione dell’universalità richiesta dalla bellezza. Il piacere non può pertanto che seguire all’incontro con la bellezza e costituirsi come elemento conclusivo di questa esperienza estetica. Ma su cosa si fonda allora la possibilità di affermare che un oggetto è bello? In altre parole, qual è la condizione di possibilità della bellezza? È esattamente all’interno di queste questioni che si gioca la scoperta trascendentale kantiana delle condizioni che determinano la bellezza in quanto tale. Nel riconoscere la specificità del giudizio estetico rispetto a quello conoscitivo si era riconosciuta la forza del suo riferimento al senso vitale del soggetto: nel presentarsi del problema riguardante il vero radicamento della bellezza dopo l’esclusione del piacere, questa capacità del giudizio estetico di vivificare il soggetto percepente viene a sua volta determinata in funzione della specificità del giudizio di gusto. La bellezza non può che rivolgersi a ciò che solo può sostenere la sua pretesa di universalità, essa chiama pertanto in causa l’organo conoscitivo, poiché solo ciò che è conoscenza, solo ciò che è concettualmente determinato può con ragione essere definito universale. Ma dato che dalla definizione della bellezza era stata implicata tanto l’universalità quanto era stata negata ogni possibile influenza concettuale su questa stessa universalità, si può solamente concludere che l’oggetto bello si “limita” ad attivare il meccanismo conoscitivo, ovvero l’accordo tra immaginazione e intelletto, senza che però questo accordo venga finalizzato alla produzione di un concetto. Rimane un accordo vuoto eppure allo stesso tempo ricco: il risultato è infatti quel sentimento di piacere che abbiamo ora scoperto rappresentare questo stato di autocompiacimento e autoalimentazione della sola attività riflessiva. La vivificazione coinvolge dunque le facoltà rappresentative nel loro complesso e ciò che accade nel soggetto nell’esperire il bello è quindi cosa affatto speciale: l’immaginazione, che nella dottrina kantiana dello schematismo si vede privata della sua autonomia, si ritrova in accordo con la legislazione dell’intelletto senza esserne costretta. Si realizzano così le condizioni che Kant aveva individuato essere le condizioni della conoscenza, senza che ne venga prodotta alcuna: il meccanismo conoscitivo si libera dal legame con l’operazione di determinazione concettuale dell’oggetto e questo stesso meccanismo diventa piuttosto un gioco delle facoltà. Cosa succede dunque? In che modo la scoperta kantiana del coinvolgimento delle facoltà conoscitive nell’esperienza del bello come sua condizione illumina rispetto alla domanda posta all’inizio di questo intervento? Se si tratta infatti di garantire la specificità della bellezza nella sua pretesa all’universalità, il significato del legame tra il riconoscimento della bellezza attraverso un giudizio di gusto e le condizioni della conoscenza si limita forse ad essere una mera costruzione artificiale? Credo piuttosto che vi sia un’intima connessione tra la bellezza e la riflessione, dove l’attività riflessiva è autenticamente rappresentata da questo rapportarsi autonomo dell’immaginazione all’intelletto. Mi trovo dunque di fronte ad un oggetto bello, questo mi intriga, mi interpella, chiede che gli si dia ragione del suo essere così com’è. È l’intera facoltà rappresentativa ad essere coinvolta, quasi senza volerlo essa cerca di comprendere questo oggetto così speciale, ma esso non si fa determinare, continua piuttosto a rimandare a questa attività di riflessione, in un certo senso mancata, sull’oggetto. Il soggetto sente pertanto se stesso nella riflessione che ha origine da una tale contemplazione; questa attività riflessiva, lungi dall’essere frustrata nell’incapacità di dire qualcosa sull’oggetto, viene invece stimolata, si alimenta da sé: ne risulta una vivificazione totale, un senso di piacere conseguente alla formulazione del giudizio: “questa rosa è bella”, dove il predicato della bellezza non esprime nient’altro che la vivacità di questo stato riflessivo. Il risultato, dunque, di queste considerazioni sull’esperienza della bellezza è che quest’ultima è indice di un piacere della libera riflessione, libera proprio perché svincolata dall’interesse conoscitivo. In questo modo, l’esperienza estetica del bello mantiene contemporaneamente la sua autonomia dalla stessa funzione conoscitiva: la riflessione non si concreta in nessun concetto dell’oggetto, il quale rimane libero oggetto di contemplazione: di esso si può dire soltanto che è bello e con ciò non diciamo altro se non che esso ci incuriosisce, ci stimola, ci invita ad una libera e disinteressata riflessione. Ed è esattamente per questo che la bellezza piace”.

La bellezza è un lieve bisbiglio che parla del nostro spirito”, dice Kahlil Gibran, La bellezza cammina fra di noi come una giovane madre quasi intimidita dalla propria gloria. La bellezza è una forza che incute paura come la tempesta scuote al di sotto e al di sopra di noi la terra e il cielo. La bellezza è fatta di delicati sussurri parla dentro al nostro spirito la sua voce cede ai nostri silenzi come una fievole luce che trema per paura dell’ombra. La bellezza grida tra le montagne tra un battito d’ali e un ruggito di leoni. La bellezza sorge da oriente con l’alba si sporge sulla terra dalle finestre del tramonto arriva sulle colline con la primavera danza con le foglie d’autunno e con un soffio di neve tra i capelli. La bellezza non è un bisogno ma un’estasi, non è una bocca assetata né una mano vuota protesa in avanti ma piuttosto ha un cuore infuocato e un’anima incantata. Non è la linfa della corteccia rugosa né un’ala attaccata a un artiglio. La bellezza è un giardino sempre in fiore e una schiera d’angeli sempre in volo. La bellezza è la vita quando la vita si rivela. La bellezza è l’eternità che si contempla allo specchio e noi siamo l’eternità e lo specchio.”

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