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Tirumalai Krishnamacharya (18 novembre 1888 – 28 febbraio 1989)  considerato uno dei più influenti maestri di yoga del 20 ° secolo.

Polmoni, diaframma, ossigeno, diossido di carbonio, pressione parziale, emoglobina… questi, e solo cose di questo genere, sono i parametri che la scienza moderna considera esaurienti nella descrizione della funzione respiratoria. Siamo alle solite, “se non vedo non credo” diceva San Tommaso, e se qualcosa non può essere visto con gli occhi o pesato e misurato con qualche strumento ciò significa che semplicemente non esiste. In verità questo atteggiamento potrebbe essere anche giusto; può servire, e non è poco, ad evitare che le illusioni siano scambiate con la realtà e può tenere lontani impostori e ciarlatani; ma, si faccia bene attenzione, può creare gravi handicap nel momento in cui non si tiene conto del fatto che per vedere bisogna innanzitutto aprire gli occhi, e che bisogna anche avere la sincera volontà di osservare e di interpretare ciò che si vede. Altrimenti capita come a colui che non riusciva a vedere il bosco perché era nascosto dagli…alberi! La respirazione, a differenza di quanto si crede normalmente, non è solo una questione di approvvigionamento di sostanze chimiche necessarie al metabolismo cellulare; la respirazione coinvolge tutta la sfera umana, dalla dimensione fisiologica a quella spirituale. Ma, poiché questa società cristiana, a dispetto delle sue etichette, è in realtà una società profondamente materialista, parlare di “dimensione spirituale della respirazione” suona un po’ paradossale. Evidentemente non era così per coloro che, molti secoli fa, avevano fatto del corpo, non la zavorra dell’anima, ma il suo tempio, e che avevano visto in ogni manifestazione naturale del corpo una espressione della volontà che sottende gli eventi universali, tale pertanto da meritare un rispetto che noi non siamo soliti attribuirle. Forti di tale convinzione e della sensibilità che ad essa si associa, gli yogi hanno sviluppato una sofisticata disciplina del respiro che porta il nome di Prânâyâma. Il termine significa sostanzialmente “controllo dell’energia vitale” e non semplicemente “controllo del respiro”, per la semplice ragione che, per quanto riguarda la funzione esteriore della respirazione, sono state riconosciute le sue profonde implicazioni nel bilancio energetico vitale dell’organismo. Certamente! – potrebbe affermare un fisiologo della respirazione – perché l’ossigeno è il comburente naturale del metabolismo cellulare. Non solo per questo! – potrebbe replicare uno yogi – perché il prâna è la base ultima su cui poggia la vita, e la respirazione, oltre che gli aspetti strettamente ponderali come l’ossigeno, gestisce altri aspetti sottili, pranici o energetico-spirituali, senza i quali l’ossigeno e tutti gli altri metaboliti non potrebbero fare niente. Alcuni degli esercizi di respirazione yoga hanno come fine la purificazione delle Nâdi (Nâdî-shodhana Prânâyâma), ovverosia dei condotti dell’energia; altri servono per allenarsi alla pratica della ritenzione del respiro, cioè il cosiddetto Kumbhaka: “…nello Hatha Yoga, la ritenzione del respiro provoca innanzitutto una liberazione di energia, di prâna, nel corpo, seguita da una migliore ripartizione in tutto l’organismo. Lo yogi vuol acquisire il potere di dirigerlo a volontà verso tutte le parti del suo corpo dove egli giudica sia necessario inviarlo…”; “…Kumbha significa vaso, che può essere pieno o vuoto. Il Kumbhaka è di due tipi. E’ una pausa tra un’inspirazione e un’espirazione, oppure tra un’espirazione e un’inspirazione. E’ l’arte di trattenere il respiro in uno stato di sospensione. Kumbhaka significa inoltre ritrarre l’intelletto dagli organi della percezione e dell’azione, per concentrarla nella sede dell’Âtmâ, l’origine della coscienza. Il Kumbhaka mantiene silenzioso il Sâdhaka al livello fisico, morale, mentale e spirituale…Quando il respiro è arrestato nel Kumbhaka, i sensi si acquietano e la mente diviene silente. Il respiro è il ponte tra il corpo, i sensi e la mente…”.  Vorrei concentrare l’attenzione del lettore su quest’ultima frase, “Il respiro è il ponte tra il corpo, i sensi e la mente“; in effetti la funzione respiratoria è l’unica che, abitualmente, appartiene contemporaneamente all’universo somatico volontario e a quello vegetativo involontario. Si possono eseguire respirazioni secondo ritmi voluti dalla mente cosciente o, addirittura, trattenere il respiro, ma in generale si respira senza pensarci, senza l’intervento della volontà come, ad esempio, durante il sonno. Questo fa della respirazione una funzione privilegiata che consente alla coscienza ordinaria di aprire una finestra su quel mondo tutto da esplorare che è il sistema nervoso vegetativo, una parte importante del nostro inconscio. Tale sistema vegetativo è diviso nel nostro organismo in due “dipartimenti”: il cosiddetto sistema simpatico, costituito da due catene di gangli situati ai lati della colonna vertebrale, e il cosiddetto nervo vago, o pneumo-gastrico, che si origina nel bulbo cefalo-rachidiano (formazione nervosa situata all’altezza delle vertebre cervicali). I due sistemi, in maniera normalmente involontaria, controllano antagonisticamente le funzioni viscerali come il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la digestione, le secrezioni endocrine. Uno dei due sistemi, infatti, il cosiddetto simpatico, ha una funzione eccitatrice: privilegia l’indirizzamento dell’energia vitale verso le funzioni somatiche (parlare, agire, correre, combattere…), sottraendola alle funzioni viscerali. In pratica accellera il battito cardiaco, rallenta l’azione degli intestini, stimola la produzione delle sostanze adatte al lavoro meccanico, dirige il sangue verso i muscoli, aumenta la pressione. E’ possibile associare questo sistema a quella Nâdi che gli yogi chiamano Pingâla (condotto pranico legato alla narice destra) e alla quale attribuiscono un carattere solare e maschile. L’altro sistema, invece, quello definito vago o pneumo-gastrico, ha una funzione calmante: privilegia l’indirizzamento dell’energia vitale verso le funzioni viscerali (digestive, respiratorie, sessuali…), sottraendola alle funzioni somatiche. In pratica rallenta il battito cardiaco, stimola l’azione degli intestini, dirige il sangue verso gli organi interni, diminuisce la pressione. E’ possibile associare questo sistema a quella Nâdi che gli yogi chiamano Idâ (condotto pranico legato alla narice sinistra) e alla quale attribuiscono un carattere lunare e femminile. “…E’ interessante osservare che il civilizzato medio è soprattutto un simpaticotonico; in altri termini, che il suo sistema nervoso vegetativo è caratterizzato da una permanente sovreccitazione del simpatico. Questa permanente rottura dell’equilibrio è all’origine di parecchie manifestazioni che riconoscerete subito. Il simpaticotonico ha pupille dilatate e occhi asciutti, non brillanti. Ha bocca arida, sudori freddi, pallori improvvisi. E’ il simpatico a drizzare i capelli sul capo, provocare palpitazioni, far battere il cuore troppo in fretta…il cittadino preso nel vortice delle preoccupazioni multiple, sovraccarico di responsabilità, cioè di preoccupazioni…dorme male, ha i nervi a fior di pelle, ed è al tempo stesso ansioso ed aggressivo…”. Purtroppo la medicina occidentale, nell’affrontare questo genere di problemi, ha sempre commesso due tipi di errori: uno è quello di considerare sempre malato (cioè guasto, e quindi da riparare) l’individuo, anche quando costui, in realtà, è soltanto la vittima del vero malato: il sistema sociale; l’altro è quello di affrontare questi problemi prevalentemente con interventi di carattere farmacologico, ovverosia somministrando sostanze chimiche che, spesso, oltre che inutili, sono dannose per l’organismo. Stiamo parlando di queste cose, in questo articolo dedicato alla respirazione, perché purtroppo pochi, in questa società tecnologica, si sono resi conto delle straordinarie capacità terapeutiche delle respirazioni yoga: “…il Kumbhaka va a stimolare il suo antagonista [antagonista del sistema simpatico, n.d.c.], il vago, quello che fa venire l’acquolina in bocca, lascia la pelle secca permettendo tuttavia un’irrigazione normale della pelle, calma il cuore, rallenta il polso, amplifica i movimenti peristaltici dell’intestino, guarisce la costipazione, pur favorendo le secrezioni delle ghiandole digerenti. La ritenzione prolungata del respiro, stimolando il vago, ristabilisce l’equilibrio neurovegetativo. Ecco perché viene raccomandato al simpaticotonico più che ad ogni altro, di respirare il più spesso possibile in maniera lenta, profonda e completa durante il giorno, per vedere sparire progressivamente tutte le manifestazioni di una sovraeccitazione del simpatico…”. In realtà gli yogi non praticano le loro respirazioni semplicemente a scopo terapeutico, ma per giungere con facilità al Kevalia Kumbhaka, ovverosia ad una ritenzione di respiro stabile e duratura. In questa condizione la mente si modifica e l’adepto giunge a realizzare particolari stati di coscienza che costituiscono proprio l’obiettivo della disciplina. La ragione principale per cui lo yoga dedica tanta attenzione alla disciplina del respiro può essere individuata in un passo dello Hatha-Yoga Pradîpikâ: “Manas e Prâna sono mescolati l’un l’altro come latte ed acqua, e la loro attività è uguale. Dove c’è il Prâna, c’è attività del Manas. Dove c’è il Manas, c’è attività del Prâna“. Il fatto è che l’idea tantrica-induista è quella che la vera conoscenza (la conoscenza dell’assoluto) non sia una sorta di erudizione intellettuale, che richiede il miglior uso delle facoltà mentali, bensì una esperienza che esige il completo dominio della mente: la sospensione volontaria di tutte le sue normali attività. Certamente questo contrasta con l’abitudine occidentale a pensare che la conoscenza sia qualcosa che si realizza proprio grazie alla mente e alle sue capacità di interpretazione e di memorizzazione, ma si tenga presente che quando lo yogi parla di conoscenza non si riferisce esattamente a ciò che noi siamo soliti intendere con questo termine. Indubbiamente l’esperienza e lo studio sono complementari, e per venire a conoscenza del suo contenuto è necessario fare uso delle facoltà mentali; non è possibile leggere e capire in uno stato di trance in cui gli occhi non vedono e l’intelletto è temporaneamente sospeso. Va anche detto, però, che tutte le cognizioni che l’uomo realizza facendo uso dei suoi sensi e dei criteri interpretativi della sua mente non corrispondono alla realtà, ma ad un universo simbolico e praticamente fittizio di immagini psichiche finalizzate non alla “conoscenza” in senso assoluto, ma solo a rapportare l’uomo al suo ambiente e a dirigerne il comportamento in modo da poter sopravvivere come tale e riprodursi. Questi sono i criteri generali che hanno sospinto il processo evolutivo degli esseri viventi e che, pertanto, hanno configurato la loro mente nel modo in cui essa è attualmente strutturata. L’uomo, essendo la creatura terrestre più sviluppata in senso mentale, grazie alla complessità del suo sistema nervoso centrale, subisce un tale processo di autoidentificazione nelle proprie dinamiche psichiche da non poter ordinariamente sospettare che al di fuori di esse ci sia un altro modo di esistere come soggetto e tanto meno di conoscere (il problema si pone per la dimensione soggettiva, non per quella oggettiva; nessuno abitualmente si domanda se un sasso abbia una mente). Diciamo che anche le più colte idee scientifiche moderne escludono a priori l’idea che possa esserci “una coscienza prima del cervello”. Quando parlo di coscienza intendo riferirmi non al livello di complessità mentale espresso ma a quel principio elementare, direi ancestrale, uguale per tutti i soggetti psichici, che consente loro di trasformare il lavoro chimico ed elettrico degli organi deputati in un atto di percezione consapevole. A questo proposito ritengo che anche per la scienza moderna i tempi siano maturi al fine di capire che è molto difficile credere o dimostrare che la coscienza (così come l’abbiamo appena definita), indipendentemente dal suo grado di complessità, sia una funzione prodotta dal cervello stesso. Al contrario, credo che esistano buoni motivi per pensare che il cervello non sia affatto l’organo produttore della coscienza, ma uno strumento che le offre semplicemente delle possibilità di manifestazione; possibilità che l’evoluzione biologica avrebbe reso sempre più potenti, generando universi mentali sempre più ricchi e sofisticati, fino a quello dell’uomo. Qualcuno può obiettare che ciò andrebbe dimostrato, ma non vedo per quale motivo, se non per un pregiudizio culturale, non sia valido il contrario, ovverosia perché non debba essere dimostrata l’idea che la coscienza, come base primaria di ogni realtà soggettiva, sia prodotta dal cervello. Se è proprio vero che ogni conoscenza implica l’adozione di un numero minimo indispensabile di presupposti intuitivi assiomatici (come i concetti di punto, di retta o di numero per la matematica), allora devo dichiararmi favorevole all’idea che la coscienza sia un elemento primario e non deperibile della realtà e che tutti i sistemi costituiscano manifestazioni diverse di coscienza, su gradi di complessità che sono la conseguenza del grado di complessità del sistema stesso (della sua capacità di contenere e di esprimere informazioni). A questo punto l’idea che anche in un sasso ci sia una realtà mentale si fa meno remota e si delinea questa definizione di mente: la mente è l’insieme delle funzioni rappresentative che possono essere svolte da un sistema in quanto espressione di coscienza. Se i dati registrati come informazioni, sotto forma di potenziali elettrici o di molecole chimiche, costituiscono l’aspetto fisico, cioè la parte inerente all’oggetto, la mente costituisce invece l’aspetto astratto, che noi siamo soliti definire psichico, cioè la parte inerente al soggetto, che ha senso solo perché a monte del fatto puramente fisico e provvisorio esiste una coscienza non provvisoria capace di associare alla dimensione oggettiva una dimensione soggettiva e consapevole. Solo la comprensione di quanto abbiamo detto può dare un significato alla convinzione yogica che la vera conoscenza si realizzi con la sospensione del lavoro mentale. Perché solo accettando i presupposti del discorso che abbiamo appena fatto si può comprendere l’idea che la mente sia lo strumento grazie al quale il soggetto, invece di prendere consapevolezza di sé per quello che è, si identifica con una serie di processi ognuno dei quali, di volta in volta, non è il substrato ultimo della realtà, ma una sua rappresentazione simbolica, provvisoria, parziale e, come tale, irreale. Niente di male se tutte queste rappresentazioni simboliche, provvisorie e parziali, evolute sino al grado di sviluppo espresso dal cervello dell’uomo, possono produrre la sua complicata psicologia e la sofisticata cultura della sua civiltà; ma ciò non implica necessariamente che esse siano la realtà ultima e che solo il cervello dell’uomo, o tuttalpiù degli animali, sarebbe stato capace di esprimere una forma di coscienza. Lo yoga si propone come obiettivo finale la sospensione dei processi rappresentativi che sostituiscono simboli fittizi alla realtà, per giungere alla percezione diretta di un fatto: a priori di ogni dimensione oggettiva esiste una dimensione soggettiva, una coscienza, che costituisce il fondamento ultimo e permanente della realtà. Questa percezione è il Samâdhi, o trance enstatica; si tratta di un’esperienza sconvolgente, capace di ribaltare tutti i criteri ordinari del pensiero, attraverso la quale l’uomo giunge a realizzare la più grande delle consapevolezze, quella che neanche la morte può negargli ciò che egli ha maggiormente paura di perdere: la coscienza di sé come realtà, che egli normalmente identifica nella “coscienza di sé in quanto complesso fisico-mentale” deperibile e provvisorio. Forse adesso si capisce il senso di pratiche yogiche come il Khechari-Mûdra, vera e propria simulazione della morte, finalizzata a mostrare come con la morte scompaia solo tutto ciò che di falso esiste nell’esperienza umana. Uno dei risultati più importanti di queste esperienze illuminanti è la realizzazione del fatto che il senso comune dell’identità in base al quale ciascuno di noi percepisce sé stesso come entità a sé stante, separata dal resto del mondo, avente esistenza e coscienza propria, e in base al quale gli altri sono “altri”, aventi una loro esistenza e coscienza indipendente, è solo una illusione. E’ quello che con termine yogico si definisce Mâya: un meccanismo per creare una prospettiva centripeta che fa convergere in un particolare punto di coscienza tutte le funzioni svolte dalla mente di un particolare sistema. In realtà tutto questo si verifica grazie al fatto che l’evoluzione dell’universo, probabilmente sin dalle sue fasi più primordiali, ha determinato la possibilità di memorizzare delle informazioni: un atomo è un insieme di informazioni memorizzate; un cristallo è un insieme di informazioni memorizzate; una catena di eventi storici e una sequenza di fatti particolari, sono insiemi di informazioni memorizzate. Il cervello umano è un insieme spaventosamente complesso di informazioni memorizzate e, sebbene il metabolismo cellulare porti ad un continuo ricambio delle sostanze che compongono la massa del cervello (al punto che nell’arco di settimane, o mesi, o anni, nessuno di noi è più “quello che era prima”, ma un bio-meccanismo in cui tutti i pezzi sono stati sostituiti), l’identità della persona rimane nel tempo, perché il suo punto di riferimento è costituito dal complesso della memoria. La memoria non è fatta per ricordare ciò di cui uno è stato composto nel suo passato o ciò che era prima di nascere, ma solo per ricordare un insieme di particolari esperienze che entità materiali diverse hanno effettuato in momenti diversi a partire dal momento in cui il suo sistema individuale si è strutturato. E’ un po’ come dire che un archivio anagrafico (che in un primo tempo conservava i suoi dati su carta, poi si è meccanizzato, poi ha adottato sistemi elettronici, rinnovando pertanto i supporti e, contemporaneamente, anche il personale addetto) ha una identità dovuta all’insieme dei dati anagrafici, non di ciò che occasionalmente supporta i dati. Ognuno di noi riconosce sé stesso non in ciò che fisicamente lo costituisce (infatti da questo punto di vista siamo come un fiume in cui, da un istante all’altro, l’acqua non è mai la stessa, come dice Eraclito), ma nel complesso delle informazioni che in lui si sono raccolte e che, grazie alla mente, creano uno stato di coscienza particolare che è il senso della propria identità. Il Samâdhi, provocando la distruzione momentanea dei processi mentali che generano questo particolare stato di coscienza e di identità, non distrugge la coscienza in assoluto (come potrebbe verosimilmente credere colui che osserva uno yogi in trance, somigliante più ad un cadavere che ad una persona viva); il Samâdhi elimina la prospettiva centripeta focalizzata sul cervello e sulle sue memorie e funzioni psichiche, lasciando la coscienza svincolata da tutto ciò. La caratteristica fondamentale della disciplina yogica è quella di voler perseguire tale risultato non attraverso la distruzione irreversibile del sistema che produce tali memorie e funzioni psichiche, ma attraverso una riduzione provvisoria e controllata delle attività vitali, tale che semplicemente la sopravvivenza del sistema sia garantita e, soprattutto, tale che il sistema possa essere riportato alle sue condizioni normali e che i livelli di coscienza che si erano stabiliti nel corso della esperienza straordinaria possano in qualche modo collegarsi con gli stati di coscienza ordinari del sistema.

Come un granello di sale nell’acqua si mescola e forma un tutt’uno con essa, una simile unione di Manas e Atman viene chiamata Samâdhi. Quando il Prâna si affievolisce fino a sparire ed il Manas è assorbito nell’Essere, l’unità del sapere è chiamata Samâdhi. Questo equilibrio, unione del Sé individuale e del Sé supremo, che si ha quando tutta l’attività mentale cessa, è detto Samâdhi“.

Senza una padronanza totale dei meccanismi bioenergetici (prânici direbbe lo yogi) tutto questo non è possibile. Ecco perché il Prânâyâma è il presupposto irrinunciabile per la pratica della meditazione e per il raggiungimento del Samâdhi. Ed è solo attraverso la completa padronanza e sottomissione dell’energia vitale che l’uomo può squarciare il velo dell’illusione e conoscere veramente sé stesso e l’assoluto. Altrimenti egli non conosce altro che il falso. Gesù disse: – Colui che conosce tutto, ma non (conosce) se stesso, ignora tutto.” (Vangelo copto di Tomaso, 67). Anche Socrate esortava alla conoscenza di Se stessi, per conoscere il mondo degli Dèi.

(Da D.Donnini)

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