Tag

, , ,

duomo-siena-ermete-810x1080Ermete Trismegisto – Pavimento del Duomo di Siena.

Pimandro, che è il Nous, o la mens divina, appare a Ermete Trismegisto mentre i suoi sensi sono paralizzati da un grave torpore, come di sonno profondo. Trismegisto esprime l’ansioso desiderio di conoscere la natura delle cose, e Dio. L’aspetto di Pimandro subisce una trasformazione, e a Trismegisto si apre una visione infinita, tutta pervasa di luce. Quindi appaiono tenebre e oscurità, dalle quali irrompe una specie di fuoco che emette un suono indescrivibile, come un gemito ardente, mentre dalla luce proviene una Parola santa, e un fulgore purissimo guizza dalla regione acquosa fino alle vette del sublime, e l’aria, che è luce, irrompe dietro il soffio ardente. «Quella luce», dice Pimandro, «sono io stesso, il Nous, il Dio tuo … e la Parola luminosa che sgorga dal Nous è il Figlio di Dio». Allora Trismegisto scorge in se stesso, nella propria mens o Nous, la luce, innumerevoli Potestà, un mondo infinito, e il fuoco racchiuso in una forza onnipotente. Egli chiede a Pimandro: «Donde vengono dunque gli elementi naturali?». E Pimandro risponde: «Dalla volontà di Dio, che ha ricevuto in se stessa la Parola… E il Dio – Nous, che vive come vita e luce, ha generato un secondo Demiurgo – Nous, il quale, dio del fuoco e del soffio, ha modellato i Governatori, che, in numero di sette, avvolgono con le loro sfere il mondo sensibile». La Parola si è unita al Demiurgo – Nous perché è della sua stessa sostanza e il Demiurgo – Nous, insieme con la Parola, muove i Sette Governatori, dai quali dipende tutto il mondo elementare inferiore. Dopo che il Demiurgo-Verbo-Nous, dio del fuoco e del soffio, ha modellato i Sette Governatori e li ha posti in moto, viene svelata a Trismegisto la creazione dell’Uomo, che è opera diretta del Padre-Nous. «Ora il Nous, Padre di tutte le cose, vita e luce ha generato un Uomo simile a sé, che amava come proprio figlio. Perché l’Uomo era bello, in quanto riproduceva l’immagine del Padre: e fu propriamente del suo aspetto che Dio si innamorò, e attribuì all’Uomo il dominio su tutte le proprie opere. Ora, come scorse la creazione che il Demiurgo aveva plasmato nel fuoco, anche l’Uomo ebbe il desiderio di creare, e il Padre acconsentì. Entrato così nella sfera demiurgica, nella quale aveva pieno potere, l’Uomo vide le opere del suo fratello, e i Governatori si innamorarono di lui, e ciascuno di essi gli donò parte dei propri poteri. Così, conosciuta la loro essenza, e ammesso a partecipare della loro natura, l’Uomo desiderò di evadere dalla periferia delle sfere e di conoscere il potere di Colui che regna al di sopra del fuoco. Allora l’Uomo, che aveva piena potestà nel regno degli esseri mortali e degli animali, si sporse dall’armatura delle sfere, dopo averne infranto l’involucro, e mostrò alla Natura sottostante la bella forma divina. Quando vide in lui l’inesauribile bellezza, e tutta l’energia dei Governatori unita alla forma divina, la Natura sorrise di amore, poiché aveva visto i tratti della stupenda forma dell’Uomo riflessi nell’acqua, e l’impronta della sua ombra sulla terra. E l’Uomo, vista nella Natura una forma simile alla sua – riflessa nell’acqua – l’amò, e volle vivere con essa. Nel momento stesso in cui concepì questo desiderio, lo realizzò, e assunse la forma irrazionale. Allora la Natura, avendo accolto in sé il suo amato, lo abbracciò, e furono uniti, perché bruciavano d’amore». L’Uomo, che ha assunto un corpo mortale per poter vivere con la Natura, è il solo, fra tutti gli esseri terrestri, ad essere dotato di una duplice natura, mortale, quanto al suo corpo, e immortale, quanto alla sua essenza umana. Sebbene sia di fatto immortale, e fornito della piena potestà su tutte le cose, egli porta in sé, per via della sua natura corporea, anche la condizione della mortalità, essendo soggetto al Destino e schiavo dell’armatura delle sfere. «Ora», dice Pimandro, «ti rivelerò un mistero che è sempre stato tenuto celato. La Natura, unita all’Uomo nel segno dell’amore, generò un mirabile prodigio. L’Uomo, come ho detto, aveva in sé la natura dell’insieme dei Sette, composti di fuoco e di aria. La Natura, in seguito alla sua unione con l’Uomo, generò sette uomini corrispondenti ciascuno alla natura dei Sette Governatori: erano tutti, nello stesso tempo, maschio e femmina, e si innalzavano fino al cielo». La generazione dei primi sette uomini avvenne nel modo seguente. La terra era la femmina, l’acqua l’elemento generatore; il fuoco spinse le cose alla maturità, a dall’etere la Natura ricevette il soffio vitale, e generò i corpi a somiglianza di quello dell’Uomo. Quanto all’Uomo, da vita e luce che era stato, si mutò in anima e intelletto, diventando la vita anima, e la luce intelletto. E tutte le cose del mondo sensibile rimasero in questo stato fino al termine di un certo periodo. Al termine di questo periodo, continua Pimandro, il legame che teneva unite tutte le cose si infranse per volere di Dio. L’Uomo e tutti gli animali, che fino ad allora avevano avuto natura insieme maschile e femminile, si scissero nei due sessi, e Dio pronunciò il suo comando: crescete e moltiplicatevi. Allora la Provvidenza, tramite il destino e l’armatura delle sfere, istituì le generazioni, e tutte le cose viventi si moltiplicarono, ciascuna secondo la propria specie. Pimandro consiglia Trismegisto su come debba comportarsi in considerazione del mistero del quale è stato messo a parte. Egli dovrà conoscere se stesso, perché «chi conosce se stesso procede verso se stesso», cioè verso la sua vera natura. «Tu sei luce e vita, come Dio Padre, da cui nacque l’Uomo. Pertanto, se apprenderai a conoscerti in quanto costituito di vita e luce… ritornerai alla vita». Solo l’uomo dotato di intelletto (non tutti lo sono) può conoscere se stesso. E Trismegisto deve vivere una vita pura e santa, propiziandosi il Padre con amore filiale, innalzando a Lui benedizioni e inni. Trismegisto ringrazia Pimandro per avergli rivelato tutte le cose, ma desidera anche essere edotto sull’ascensione». Pimandro gli spiega che, al momento della morte, il corpo umano si dissolve nei suoi elementi corporei, ma l’uomo spirituale ascende attraverso l’armatura delle sfere, lasciando, in ciascuna di queste, una parte della sua natura mortale e del male che ad esse inerisce. Quindi, purificatesi completamente di tutto ciò che le sfere avevano lasciato impresso su di lui, entra nella natura «ogdoadica», percepisce le Potestà che cantano inni a Dio e si confonde con esse. Trismegisto viene quindi lasciato da Pimandro, «dopo essere stato investito di poteri, istruito sulla natura del Tutto e reso partecipe della visione suprema». Egli incomincia così a predicare, invitando gli uomini ad abbandonare i loro errori, e a rendersi partecipi dell’immortalità. E Trismegisto «impresse nel profondo di se stesso il beneficio di Pimandro». Marsilio Ficino, nel suo commento a questo trattato, si mostra straordinariamente colpito dalle notevoli rassomiglianze che esso presenta col libro della Genesi. «Sembra che Mercurio parli qui dei misteri mosaici», incomincia col dire, e prosegue facendo alcuni ovvi confronti. Mosè aveva visto una oscurità diffusa sulla faccia dell’abisso, e lo spirito di Dio alitante sulle acque; Mercurio vede una tenebra e la parola di Dio che riscalda la natura acquosa. Mercurio dice che quella parola fulgida, che illumina tutte le cose, è il Figlio di Dio. E, se pure è possibile attribuire a un uomo nato prima della Incarnazione una simile conoscenza, egli vide il Figlio generato dal Padre, e lo Spirito procedente dal Padre e dal Figlio. Egli vide la creazione prodotta dalla Parola divina, e l’Uomo fatto a immagine di Dio, quindi la sua caduta dalla sfera intelligibile allo stato corporeo. Di fatto, egli fa uso delle stesse parole di Mosè quando descrive il comando di Dio alle specie, di crescere e moltiplicarsi. Egli ci insegna poi come si possa ancora risollevarsi a quella natura intelligibile e immortale dalla quale siamo degenerati. Come Mosè era il legislatore degli Ebrei, così Mercurio lo è degli Egiziani, e impartisce al suo gregge santi consigli di vita: lodino il Padre di tutti con inni e ringraziamenti, e contemplino la vita e la luce. Come dimostra chiaramente questo riassunto del commento al Pimander, erano soprattutto quelle che egli considerava rassomiglianze con Mosè (non tanto con Platone) contenute nelle sue opere a impressionare così profondamente Ficino. È per questa ragione, egli deve aver pensato, che i Padri si sono tanto affannati a collocare Trismegisto – da un punto di vista cronologico – in relazione a Mosè, in quanto, cioè, egli richiamava loro la figura di un Mosè egiziano. Ficino continuò a riflettere su queste circostanze meravigliose nei suoi ultimi anni; nella Theologia platonica egli arrivò a domandarsi se, dopo tutto, Ermete Trismegisto non fosse davvero Mosè. Dopo aver parlato, in quest’opera, della descrizione della creazione contenuta nel Timeo, egli aggiunge: «Mercurio Trismegisto descrive con maggior chiarezza questo momento originario della creazione del mondo. Né ci dobbiamo meravigliare che costui sapesse tanto, se Mercurio non era altri che lo stesso Mosè, come dimostra, con molte congetture, lo storico Artapano». E Trismegisto è una fonte migliore dello stesso Mosè, dal momento che egli sapeva, molto prima dell’Incarnazione, che la Parola creatrice era il Figlio di Dio. Probabilmente Ficino pensa, a questo punto, a un confronto con l’inizio del Vangelo di san Giovanni. Quando Ficino traduceva in gran fretta il Pimander per Cosimo De Medici, probabilmente doveva essersi reso conto di quanto avesse ragione Lattanzio allorché diceva che Trismegisto «in un modo o nell’altro cercò di penetrare quasi tutta la verità» e «spesso descrisse l’eccellenza e la maestà della Parola» chiamandola «Figlio di Dio» non solo nel Pimander, ma anche nell’Asclepius. In tal modo un odore di santità circonda l’autore della Genesi egiziana, che sembra richiamare così da vicino Mosè, che profetizza il Cristianesimo e che insegna come si debba vivere devotamente, lodando e amando Dio Padre. Nondimeno è assai evidente che esistono – e significativamente Ficino evita di sottolinearle – diverse radicali differenze fra la Genesi mosaica e quella egiziana. In particolare, esse differiscono insanabilmente quanto al concetto della natura dell’Uomo e del carattere della sua caduta. È vero che la Genesi mosaica, come quella egiziana, afferma che l’Uomo fu fatto a immagine di Dio, e che gli fu dato il potere su tutte le creature, ma nella Genesi mosaica non si dice mai che Adamo fosse per creazione un essere divino, fornito del divino potere creativo. Ciò non viene detto di lui nemmeno quando lo si descrive insieme con Dio nel giardino dell’Eden, prima della caduta. Quando Adamo, tentato da Eva e dal serpente, desiderò mangiare dall’albero della conoscenza e divenire simile a Dio, commise il peccato di disobbedienza, punito con l’esilio dal giardino dell’Eden. Invece, nella Genesi egiziana l’Uomo, appena creato, vedendo i Sette Governatori (i pianeti), dai quali dipendono tutte le cose, sente il desiderio di creare, di fare qualcosa di simile; Né tale desiderio viene considerato un peccato di disobbedienza. Gli è, invece, consentito di accedere al mondo dei Sette Governatori, che si innamorano di lui e gli partecipano i loro poteri. L’Adamo egiziano è più che umano: è divino e appartiene alla specie dei demoni delle stelle, i reggitori del mondo inferiore, di origine divina. Si dice anche, di lui, che è fratello del Demiurgo-Parola-Figlio di Dio, il «secondo dio» che muove le stelle. È vero che egli cade, ma la sua caduta è, in fondo, una manifestazione del suo potere. Egli può sporgersi in basso, attraverso l’armatura delle stelle, lacerare il loro involucro e mostrarsi alla Natura. E lo fa di sua spontanea volontà, mosso dall’amore per la bella Natura, che egli stesso ha contribuito a creare e conservare, tramite la sua partecipazione alla natura dei Sette Governatori. Lo spinge a ciò l’amore della propria immagine, che si riflette sul volto della Natura (proprio come Dio si è innamorato dell’Uomo, scorgendo in lui la bella immagine riflessa di se stesso). E la Natura riconosce il suo potere, il potere dei Sette Governatori racchiuso in lui e si unisce a lui in amore. È vero che la sua caduta comporta una perdita, che l’Uomo, scendendo al livello della Natura e assumendo un corpo mortale, pone il suo corpo, questa sua parte mortale, sotto il dominio delle stelle, e forse è una punizione la separazione nei due sessi (dopo il curioso periodo dei sette uomini asessuati generati dall’Uomo e dalla Natura). Ma la parte immortale dell’Uomo conserva il suo carattere divino e creativo. Egli è formato non già da un’anima e da un corpo umani, bensì da un’essenza divina, creativa, immortale, e da un corpo. E questa sua divinità, questo suo potere, egli li recupera nella visione della mens divina, che è simile alla propria mens divina, svelatagli da Pimandro. Pimandro lascia Trismegisto dopo averlo «investito di poteri» e averlo «istruito sulla natura del Tutto e reso partecipe della visione suprema». In breve, la Genesi egiziana narra della creazione e della caduta di un uomo divino, di un uomo intimamente vicino ai demoni astrali quanto a origine effettiva, di un Uomo-Mago. La Genesi egiziana concorda perfettamente con quel passo famoso dell’Asclepius sull’uomo considerato magnum miraculum (con il quale Pico della Mirandola doveva aprire la sua «Orazione sulla dignità dell’uomo»): “Che gran miracolo e l’Uomo, o Asclepio, un essere degno di reverenza e di onore. Poiché egli perviene alla natura divina come se fosse egli stesso un dio; ha familiarità con la razza dei demoni, sapendo che proviene dalla stessa origine; disprezza quella parte della sua natura che è soltanto umana, perché ha riposto la sua speranza nella divinità dell’altra parte di sé”. Nel discorso segreto della Montagna di Ermete Trismegisto a suo figlio Tat (Corpus Hermeticum, XIII59). Tat chiede al padre Trismegisto di insegnargli la dottrina della rigenerazione, perché egli ha ormai fortificato il proprio spirito contro le illusioni del mondo ed è pronto per la iniziazione finale. Trismegisto gli dice che l’uomo rigenerato è frutto silenzioso di intelligente saggezza, e che il seme è il Bene verace, gettato in lui dalla volontà di Dio. L’uomo che in tal modo nasce «sarà di nuovo dio, il figlio di Dio, in tutto e per tutto, dotato di tutte le Potestà». Trismegisto è passato attraverso l’esperienza rigeneratrice. Con crescente eccitazione Tat lo implora di trasmettergli questa facoltà. «Chi è l’artefice di quest’opera di rigenerazione?», gli domanda, e la risposta è: «Il Figlio di Dio, un uomo come gli altri uomini, per volere di Dio». Tat gli domanda che cosa è la verità, e Trismegisto gli risponde che essa è «ciò che non è contaminato, che non ha limiti, né colore né forma, ciò che è privo di moto, nudo, splendente, che può essere appreso solo da se stesso, il Bene inalterabile, l’Incorporeo». Non può essere percepito dai sensi e viene conosciuto solo per gli effetti del suo potere e della sua energia, e a questo fine occorre essere capaci di comprendere la natura della propria nascita da Dio. «E a me questo non riuscirà, Padre?», esclama Tat, e la risposta è che basta invocare tale esperienza per realizzarla; arresti l’attività dei suoi sensi corporei, e la divinità si genererà in lui; si purifichi delle «irrazionali punizioni della materia». Queste «punizioni» sono terribili e numerose: fra esse le principali sono dodici e cioè: l’ignoranza, la tristezza, l’incontinenza, la concupiscenza, l’ingiustizia, la cupidigia, l’inganno, l’invidia, la frode, l’ira, l’avventatezza e la malizia. Queste sono le punizioni che, imprigionandolo nel corpo, costringono l’uomo interiore a soffrire tramite i sensi. Ora, in un religioso silenzio, Tat sperimenta l’opera della rigenerazione, e in lui penetrano le Potestà divine che eliminano le punizioni. La conoscenza prende il posto dell’ignoranza; la gioia respinge la tristezza; la continenza l’incontinenza; la temperanza la concupiscenza; la giustizia l’ingiustizia; la generosità la cupidigia; la verità l’inganno. Insieme con la verità giunge in lui il Bene, unito alla Luce e alla Vita, e tutte le altre punizioni vengono distrutte. Le dieci Potestà hanno cancellato le dodici punizioni. Quando l’esperienza rigeneratrice si è conclusa, Trismegisto conduce Tat fuori dalla «tenda» (tradotta con tabernaculum da Ficino) sotto la quale era rimasto e che era costituita dal cerchio dello zodiaco. Come spiega Festugière, i dodici vizi, o «punizioni», derivano dai dodici segni dello zodiaco, dai quali Tat era oppresso quando aveva natura ancora materiale e soggetta all’influsso della materia. Festugière paragona tutto ciò all’ascesa attraverso le sfere descritta nel Pimander, dove figurano i sette vizi, collegati ai pianeti, dei quali l’iniziato si purifica nel suo cammino verso l’alto. Le punizioni della materia sono, in realtà, dunque, gli influssi delle stelle, ai quali subentrano, nell’esperienza rigeneratrice, le Virtù, le Potestà divine che liberano l’anima dal peso materiale del cielo e dei suoi influssi. Le Potestà sono Uno nella Parola, e l’anima così rigenerata diviene essa stessa la Parola e Figlio di Dio. Trismegisto ha trasmesso a Tat l’esperienza da lui stesso vissuta, e le Potestà fanno risuonare in Tat l’inno della rigenerazione. «Tutta la Natura ascolti questo inno …Canterò il Signore della creazione, il Tutto, l’Uno. Apritevi, o cieli, venti trattenete il vostro soffio, lasciate che il cerchio immortale di Dio ascolti la mia parola… Le Potestà che sono in me cantano l’Uno, il Tutto… Ti ringrazio, Padre, energia, delle Potestà; ti ringrazio, Dio, potestà delle mie energie… Questo gridano le Potestà che sono in me… E questo che l’uomo che ti appartiene grida attraverso il fuoco, attraverso l’aria, attraverso la terra, attraverso l’acqua, attraverso il soffio, e tutte le creature»… Commentando questo trattato, Ficino confronta l’espulsione degli ultores e la loro sostituzione con le Potestates Dei, con l’esperienza cristiana della rigenerazione in Cristo, la Parola e il Figlio di Dio. In effetti, come mette in evidenza Festugière, questa esperienza gnostica sembra essere qualcosa di simile a un dono della grazia, che toglie vigore alla predestinazione delle stelle. Ficino ha tradotto «incontinenza» con «incostanza», e, nel testo della traduzione, ha omesso la «concupiscenza» che, comunque, traduce con «luxuria» nell’elenco delle Punizioni, contenuto nel suo commento. Poiché egli non elenca le Potestà, non abbiamo il termine opposto del suo «luxuria», che dovrebbe essere, naturalmente, «castitas» (o «fortitudo» se fosse stata tradotta la temperanza del testo). È probabile che questo Vangelo secondo Ermete Trismegisto abbia avuto un importante significato per Ficino, che nutriva un disperato terrore degli influssi astrali. Come la creazione della Parola nel Pimander, questo può avergli ricordato da vicino san Giovanni: «In Lui era la vita; e la vita era la luce degli uomini», e, a quanti Lo ricevettero, «Egli dette la facoltà di divenire figli di Dio». Nel riflesso egiziano dell’universo nella mente, (Si suppone che sia la mens a rivolgersi costantemente ad Ermete). L’Eternità è la Potestà di Dio, e opera dell’Eternità è il mondo, che non ha inizio, ma è un continuo divenire ad opera dell’Eternità. Pertanto, niente di quel che è nel mondo potrà perire o essere distrutto, perché l’Eternità non perisce. E tutto questo gran corpo del mondo è un’anima, piena di intelletto e di Dio, che lo riempie dall’interno e dall’esterno, e vivifica il Tutto. Contempla il mondo attraverso me (cioè la mens) e considerane la bellezza. Guarda la gerarchia dei sette cieli e il loro ordine. Vedi come tutte le cose sono piene di luce. Guarda la Terra, collocata nel centro del Tutto, la grande nutrice di tutte le creature terrestri. Tutto è pieno di anima, e tutte le cose sono in movimento. Chi ha creato queste cose? Il Dio-Uno, perché Dio è Uno. Tu vedi come il mondo è sempre uno; il sole, uno; la luna, una; la divina attività, una; anche Dio è Uno. E poiché tutto vive, e anche la vita è una. Dio è certamente Uno. È per opera di Dio che tutte le cose vengono in essere. La morte non è la distruzione degli elementi collegati in un corpo, ma la rottura della loro unione. Il mutamento si chiama morte perché il corpo si dissolve, ma io ti dichiaro, mio caro Ermete, che gli elementi che così si dissolvono sono soltanto trasformati. Tutti gli esseri sono in Dio, ma non come cose collocate in un posto determinato, perché non è così che essi sono posti nella facoltà incorporea della rappresentazione. Giudica questo in base alle tue esperienze. Comanda alla tua anima che sia in India, che attraversi l’oceano: in un momento sarà fatto. Comandale di volare in cielo: non avrà bisogno di ali, non troverà ostacoli. E se tu vuoi forare la volta dell’universo, e contemplare quello che c’è al di là – se pure c’è qualche cosa al di là del mondo – lo puoi fare. Vedi dunque quale potere, quale velocità tu possiedi. È così che devi concepire Dio; tutto quello che è, Egli lo contiene in sé come pensiero: il mondo, se stesso, il Tutto. Pertanto, se non ti fai simile a Dio, non potrai capire Dio; perché il simile non è intelligibile se non al simile. Innalzati a una grandezza al di là di ogni misura, con un balzo liberati dal tuo corpo; sollevati al di sopra di ogni tempo, fatti Eternità: allora capirai Dio. Convinciti che niente ti è impossibile, pensati immortale e in grado di comprendere tutto, tutte le arti, tutte le scienze, la natura di ogni essere vivente. Sali più in alto della più alta altezza; discendi più in basso della più abissale profondità. Richiama in te tutte le sensazioni di ciò che è creato, del fuoco e dell’acqua, dell’umido e del secco, immaginando di essere dovunque, sulla terra, nel mare, in cielo; di non essere ancora nato, poi di trovarti nel grembo materno, di essere quindi adolescente, vecchio, morto, al di là della morte. Se riesci ad abbracciare nel tuo pensiero tutte le cose insieme, tempi, spazi, sostanze, qualità, quantità, potrai comprendere Dio. Non dir più che Dio è invisibile. Non parlare così; perché che cosa c’è di più manifesto che Dio? Egli ha creato tutto sol perché tu possa vederlo attraverso le creature. Perché niente è invisibile, nemmeno fra le cose incorporee. L’intelletto si rende visibile nell’atto di pensare; Dio, nell’atto di creare. Il commento di Ficino a questo trattato è soltanto un breve riassunto. Il lettore osserverà che la visione del mondo sulla quale si basa questa rivelazione egiziana (un tipo di gnosi davvero ottimistico) differisce profondamente dalla rivelazione basata su un tipo di gnosi pessimistico. Nella rivelazione di Ermete a Tat la materia era male e l’opera rigeneratrice consisteva in una fuga dalla sua schiavitù tramite l’infusione nell’anima di potestà divine, o Virtù. Qui, invece, il mondo è buono perché è pieno di Dio. La gnosi consiste nel riflettere il mondo nella mente, perché così si potrà conoscere Dio che lo ha creato.

(Da F.Yates)

Annunci