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L’aveva raffigurata e forse immortalata, in una decenne sete spirituale della sua bellezza, in numerose tele già celebri, su pareti di cappelle private e di illustri cattedrali, che ora ridevano illuminate dalla sua grazia di Beata, ora piangevano coi suoi belli occhi le tragedie del martirio dei primi cristiani. Egli era un grande pittore credente e pio, sincero e commosso, che si riallacciava, con la sua nobile arte, alla grande famiglia dei pittori sacri del passato. Ma con una tecnica moderna e personale, con una concezione nuova delle simboliche figurazioni delle Fede, ch’egli vivificava e avvicinava alla vita moderna, traendo dagli antichi episodi biblici significazioni di permanente moralità umana, rifulgente di luce divina. Per il suo cattolicesimo prima, per la sua gloria poi, era stato lungamente negato e combattuto. Ma poichè era un forte, si era imposto a poco a poco e oramai il gregge dei suoi nemici aveva dovuto arrendersi, con le mani alzate… E Francesco Angèra «portava» il suo successo, come aveva «portata» la lunga vigilia, con una calma dignitosa che a taluni pareva fierezza, ad altri umiltà. La sua magra figura di asceta era chiusa come una salda fortezza intorno alle sue passioni. Ma poiché la sua storia sentimentale era stata cantata da lui con la linea e col colore in cento inni alati… così almeno questo suo segreto era diventato, per forza, pascolo della storia e della leggenda. Ma anche la storia e la leggenda, curiose, malevole, indiscrete da prima, furono adagio adagio ricondotte alla semplice verità. A riconoscere, cioè, che l’ispiratrice, la modella, la Musa di Francesco Angèra – sempre la stessa da lunghi anni – la donna unicamente da lui amata, le cui sembianze egli aveva prestate a tante sante e Madonne, non era la sua amante, ma un’amica ideale, una moderna Beatrice, una creatura appartenente più al cielo che alla terra, non solo per la sua diafana bellezza corporale ma per la sua peregrina virtù. Era stata veramente Liliana Cesi, ed era ancora, una donna bellissima e pura, di religioso spirito, di sentimenti elevati ed equilibrati, che pure vivendo in ambiente mondano e raffinato, si era sempre conservata di irreprensibili costumi. Vedova giovanissima, aveva incontrato sul suo cammino Francesco Angèra che non aveva mai appartenuto alla vita di bohème, ma aveva sempre preferita la «buona società» perchè più consimile ai suoi gusti e alla sua educazione. Avevano stretta una di quelle amicizie elevate e pure, alle quali, generalmente, la gente non presta fede, ma di cui si possono citare esempi in tutti i tempi, con buona pace dei così detti furbi, scettici e maldicenti. Il pittore era stato colpito e conquistato dal fisico di quella donna, che gli era parsa subito fatta a posta per rappresentare i suoi mistici sogni. In Liliana Cesi egli vide più l’arte che la realtà, più l’estasi mistica che la passione umana, più l’idea del suo cervello che il palpito del suo cuore. Ma certo anche il suo cuore d’uomo si scaldò al tepore di quella dolce anima femminile, nella soave amicizia amorosa che li univa, nella suasione dell’abitudine, nella comunanza dei gusti signorilmente squisiti, nella stessa fede religiosa, nella stessa diritta linea delle loro coscienze oneste. Ella sentendosi esaltata da lui, poetizzata, glorificata nella sua forma esteriore, si era inebbriata di orgoglio al cospetto degli altri e di tenera umiltà al cospetto di lui. E i sentimenti che furono da prima vanità femminile, amicizia, simpatia tenace, riconoscenza devota, si trasformarono a poco a poco in lei in un vero, in un grande, in un profondo amore. E tale amore ebbe la sua parte normale di passione umana… sì ch’ella non ebbe più solo trionfale gioia dall’arte di lui, che di lei si nutriva, ma anche dolore. Perchè ella cominciò ad accorgersi, con l’intuito del suo amore, ch’egli amava, sopra tutte l’altre cose al mondo, l’arte, e che ad essa avrebbe sacrificato tutto, se fosse stato necessario: tutto, sì, anche lei. Pure amandola e dicendoglielo, e dimostrandoglielo, con la sua cavalleresca assiduità, con la sua devota fedeltà, in tutte le maniere più squisitamente dolci e profonde, pure innegabilmente amandola, egli non le chiedeva mai, dopo tanti anni, di unire in modo definitivo e legale le loro due vite. E se non glielo domandava, era perchè non ne sentiva il desiderio, non ci pensava, non trovava in sè nessuna voce che lo spingesse ad iniziare una nuova fase nelle loro relazioni. Liliana Cesi era per lui l’ispiratrice, il fiore della sua arte e della sua anima, la donna perfetta esteriormente e moralmente, il fulcro della sua stessa vita. E quella lunga amicizia devota e fedele da ambe le parti gli bastava, gli riempiva lo spirito, illuminandolo di sempre nuovi incitamenti all’opera sua. Perchè l’ideale bellezza di lei, se era andata un poco sfiorendo, fatalmente, col passare del tempo, si era in certo modo perfezionata nella intensità della espressione. Tutto il suo corpo era una musica, una sottile sapienza di atteggiamenti pittorici, di lineamenti nuovi e impreveduti che facevano di lei non soltanto una modella, ma una vera e propria collaboratrice. La genuflessione della Vergine Maria – in un celebre quadro di Francesco Angéra – all’annunzio del messaggero divino, sul fresco praticello, tra due mandorli in fiore, era stata trovata da lei, ed era mirabile cosa. L’espressione di una Santa Teresa, ardente di celeste amore, era sua: un indovinatissimo atteggiamento della sua faccia mutevole e della sua comprensiva maschera, che avrebbe fatto di lei una grande attrice. Inesauribile, intelligente, paziente, tutta vibrante dell’unico desiderio e dell’orgoglio d’essere utile a lui, ella sapeva d’essergli necessaria. Ma si persuadeva con deluso cuore, ch’egli non le avrebbe mai chiesto di più. E col passare degli anni, invece di adattarsi a questo stato di cose, ella si fortificava sempre più nella ribellione. Vivevano come due buoni amici, e coram populo, senza bisogno di alcun infingimento. Per certe opere maggiori andava ella a posare allo studio di lui, la grande aula austera che pareva un tempio, ornata di pochi e magnifici arredi sacri; per altre, veniva egli a ritrarla nella casa di lei, in città, o nella villa che ella possedeva sulle rive di un nostro lago, fiorite di eterna primavera. Ma egli non era mai suo ospite. Abitava in un grande albergo, e andava solo nelle ore del mattino a lavorare a Villa Liliana, appartata e deliziosa, nido di tutte le più raffinate eleganze. Qualche raro amico comune, iniziato ai segreti dell’arte, era qualche volta ammesso ad assistere alle sedute; ed il rispetto per quella coppia di artisti (anch’ella, meritava, in verità, tale nome) era oramai generale ed incondizionato. Chi assisteva ai loro colloqui, poteva cogliere al volo parole come queste: – Liliana, amica buona, ho una visione che mi tormenta per l’affresco murale di una cappella patrizia. Per il nome della patrona, vorrei rappresentare la regina Elisabetta di Ungheria, quando reca in un lembo della sua veste il pane ai poveretti, contro il divieto maritale… e che, all’improvviso, nelle pieghe del suo manto il pane si trasforma in una messe di fiori. Trovatemi un bell’atteggiamento e un costume non solo storicamente esatto, ma che sia una dolcissima armonia di colori… Volete? – Sí, Francesco. Lo sento già. Ma credo che il colore del vestito, almeno del manto debba essere rosso. Una fiamma di carità… Una nota calda, accesa… sento cosí. Vi pare, amico mio? Proveremo. Mi direte. Ma ora la serena anima di Liliana Cesi era velata di malinconia. Perchè? Perchè si struggeva in un assiduo pensiero. Egli aveva toccato i quarant’anni; ella vi si avvicinava. Perchè non essere unita a lui, sempre, eternamente, nella breve eternità della vita? Perchè perdere solo un’ora di lui, ora che le ore terribili si affrettavano più velocemente verso le ore ultime della giovinezza? Ella non avrebbe forse saputo spiegare a se stessa di quali elementi essenziali fossero fatti il suo rimpianto e il suo desiderio impaziente… e forse non si rendeva conto che la donna, vera e normale, era nata in lei, serotina, dalla Musa di un tempo. Ma sapeva che non voleva più essere soltanto la musa del pittore- poeta e la sua dolce amica spirituale, sempre rispettata come una santa, sempre un po’ lontana, sempre sopra un altare circonfuso d’incenso. No. Non le bastava più. Voleva tutto di lui. Voleva essere sua moglie. Non dividersi più da lui nemmeno un giorno, avere verso di lui tutti i diritti e tutti i doveri. La sua amante non sarebbe divenuta mai. La sua coscienza pia glie lo avrebbe impedito, così come la profonda coscienza religiosa non lo avrebbe concesso a lui. Egli l’amava. Non c’era altra donna nella vita di lui, ella lo sapeva; se non forse ore fuggevoli di debolezza umana che non meritavano considerazione, nè gelosia… Allora? Egli era di buona nascita, ma socialmente inferiore a lei. Egli si era arricchito, sì, negli ultimi anni, ma la fortuna sua ancora non raggiungeva quella cospicua di lei. Ella era di alcuni anni di lui più giovane. La sua bellezza, la sua riputazione d’indiscussa purità, facevano di lei una moglie degna dell’uomo glorioso e moralmente perfetto che dava mirabile esempio di unità morale fra la sua vita e la sua arte. S’egli non parlava… chi sa per quale pigrizia del suo carattere, tutto assorto nelle creazioni d’arte, perchè non avrebbe parlato lei, finalmente? E parlò. Non apertamente, da prima, non assalendo la posizione ma donnescamente girandola, tentando attacchi di fianco per dir cosí. Egli non comprendeva o fingeva non comprendere. Ma una volta ch’egli andò da lei, dopo un’assenza di alcuni giorni, nei quali era stato indisposto, ella si mostrò, come veramente era, triste e preoccupata. Gli disse: – Quanta pena mi ha fatto, amico mio, di sapervi malato e solo, nella vostra casa! Non potervi assistere è stato ben doloroso per me! – Mi assisteva il vostro spirito, Liliana. In tutte le ore. Vi sentivo presente, in me e fuori di me. Non basta? – No che non basta! – ella replicò vivacemente. – Il vostro domestico, la vostra vecchia governante non possono curarvi col cuore… col quale vi avrei curato io! – Un’infermiera, voi, Liliana? Voi che siete una stella, una fata, l’astro che conduce la mia vita? No, voi non siete fatta per le umili cose terrene… Non muovetevi! State cosí. Con le mani giunte, come siete in questo momento. Disegnate tale una linea di espressiva grazia… Sento come una musica che canta in me… Ed estrasse un libriccino e una matita, accingendosi a schizzarla nell’atto in cui era veramente bellissima, tutta vestita di bianco, con le braccia uscenti da molli maniche larghe e le mani congiunte che parevano lievi ali di colombe… Ma ella scompose l’atteggiamento, nervosa e turbata. Si alzò, si mise a percorrere la vasta stanza col suo passo leggero e ritmico che aveva qualche cosa del movimento dell’onda che si scioglie sul velluto dell’arena… Egli la guardava sorpreso. Ella gli si fermò dinnanzi, ad un tratto, e disse, con la voce tremante: – Francesco, mi credete voi degna di essere vostra moglie? – Liliana! – egli esclamò turbato. Le prese le mani, glie le baciò a lungo, la trasse accanto a sè. – È troppo per me. Non pensate? Ho già tanto di voi, da tanto tempo… da sempre, mi pare. Siete tutta la mia vita. Ho pensato molte volte a quello che voi mi dite… e non avevo mai il coraggio di farvi la proposta… perchè… Esitò un poco. Era commosso, quasi smarrito. – Perchè? – ella incalzò. – Perchè… Voi siete troppo intelligente e comprensiva perchè io non abbia il dovere di aprirvi tutto il mio pensiero, tutto il mio sentimento. Mi pareva… mi pare che la nostra unione umanamente completa, che pure mi sedurrebbe tanto, scomponga, guasti qualche cosa della ideale bellezza della nostra unione spirituale… Voi non mi amate, ahimè! – ella esclamò, e si accasciò sul divano tra i grandi cuscini di damasco cremisi, col volto tra le mani. Egli, per la prima volta dacchè la conosceva, osò cingere con le sue braccia la persona di lei, chinarsi su di lei in amoroso atto, accarezzare con le dita i suoi densi capelli, che avevano prestato al suo pennello i loro divini riflessi, le loro volute, le loro onde fluenti… – No, Liliana, non bestemmiate, non dite cose che non potete pensare! Siete la mia musa, la mia stella, la mia vita! La creatura del mio sogno, l’ala del mio ingegno, il mio tutto! Siete talmente in alto per me, che tremo quasi di religioso timore all’idea di farvi scendere dall’altare sul quale vi ho collocata… per fare di voi semplicemente… una donna… – Una donna felice! – mormorò Liliana. – Non è una profanazione? I vostri occhi divini sono gli occhi delle mie sante e delle mie Madonne, alle quali le folle si prostrano. Le vostre pure mani sono quelle che io ho date alle pie vergini che benedicono e che pregano… il vostro corpo, che si conserva intatto e primaverile come un giglio, tiene lontana da voi la tentazione come le cose troppo belle e troppo alte che intimidiscono e non accendono il senso… Non è troppo tutto ciò, Liliana, per una semplice mortale, per una moglie? Ma ella disse quel giorno, ed altri giorni ancora che non era troppo. E Francesco Angèra vinse la strana impressione di profanazione di un ideale, si persuase, si accese. Avvenne in poco tempo in lui quello che non era avvenuto in lunghi anni: si innamorò umanamente di Liliana Cesi, nella quale cessò di vedere la sua musa per vedere in lei, finalmente, una creatura di sesso diverso, ardente e desiderabile, tenera e appassionata, che voleva vivere con lui non più il sogno ma la realtà, la trionfale, imperiosa, invincibile realtà. Furono marito e moglie, si amarono intensamente, terrenamente, largendo l’uno all’altra piccoli grandi mondi ignorati di mortale, normale, umile e superba felicità. Erano due puri, due casti, due ricchi di fresca vita molteplice che stava nascosta. Due pii, atti solo a trovare nella gioia legittima la perfetta letizia. E furono felici, come si è nell’estate della vita, quando si ama e non si vuol perdere un’ora, e si ha paura del tempo che fugge. Provarono la grande piena felicità un po’ insaporata di paura e di melanconia… forse la più profonda di tutte le amorose felicità. E così sfogliandosi i giorni come petali di fiori dai più sottili e penetranti profumi… passarono per la coppia perfetta alcune dolci lune… ed altre ed altre ancora… E il glorioso pittore Francesco Angèra, il maestro adorato ed onorato da tutti oramai (anche prima d’essere morto, per vero prodigio!) non lavorava più. La gente diceva: «È troppo felice. La gioia è egoista. Lasciate che si riposi. Non vedete? La sua faccia di asceta si è umanizzata. È ringiovanito. Lasciate che viva la sua vita». Ma giorni e giorni passavano e nessuno dava al pubblico impaziente la lieta novella che il maestro stesse lavorando a qualche opera nuova. Viaggiava molto con la sua cara moglie, che pareva una sposa ventenne, tutta fresca e rugiadosa di amore. Passavano molti mesi nella villa di lei, sul lago, o nella casa di lui, ch’egli aveva arredata magnificamente per lei, con un lusso fantastico, da principe orientale. Leggevano, facevano musica, invitavano amici illustri d’ogni paese, sì che la casa del gran pittore e della vaghissima gentildonna era diventata celebre nel mondo elegante artistico internazionale, e l’esservi ammessi era un piacere ambito dagli eletti. Ma Francesco Angèra non lavorava più. Liliana, per qualche tempo, chiusa nel cerchio ardente del suo raggiunto bene, non se ne accorgeva. Le pareva naturale la sosta nel lavoro del suo diletto, convinta che un giorno o l’altro egli ritornerebbe alle sue opere insigni di poeta del pennello che tutto il mondo ammirava. Erano sul lago, nella villa incantevole, sepolta in un bosco di lucide magnolie e di palme flessuose. Avevano fatte alcune nuove conoscenze, di personalità interessanti maschili e femminili che erano ammesse, ogni tanto, nel nido dell’arte e dell’amore. Fra le dame, una giovane duchessa inglese, molto bellina, molto elegante, abbastanza intelligente, entusiasta delle opere di Francesco Angèra, era particolarmente bene accetta alla moglie del maestro per la sua fresca grazia giovanile. Un giorno, navigavano, in piacevole compagnia, sulla bianca lancia che portava il nome della proprietaria: Liliana. Il lago era un diffuso incanto. Un leggero velo di nebbia raddolciva i raggi del sole invernale, facendolo quasi sembrare fratello della luna. L’acqua era di un indefinibile colore, che non era azzurro, che forse era lilla, che pareva qua e là color di rosa. E intere ghirlande di fiori d’oro pallido parevano essere state sfogliate dall’alto perché scintillassero in migliaia di petali tremuli sull’acqua che rifletteva il cielo. Un diffuso incanto. Un’atmosfera di sogno, una suggestione mistica di pace, di spiritualità misteriosa che sollevava l’anima verso cose lontane, verso alte cose ignote e sperate… Francesco Angèra guardava intorno a sè, dentro di sè, ascoltava una voce che si risvegliava dal sonno. La volontà di esprimersi nel suo vero modo, la pittura, gli risuonò dentro come un ordine. Vide un quadro, fulmineamente, che rappresentava e riassumeva la sua commozione. Dalle acque, dalle nubi, dalle montagne nevose arrossate dal crepuscolo, dal cielo che baciava il lago… da tutte quelle linee e quelle forme velate, sorrise dal sole pudico, sorgevano, scendevano, prendevano forme umane e divine al tempo stesso, angeli esili e biondi, adolescenti bellissimi, figure quasi irreali eppure perfette, raggianti dagli occhi e dai sorrisi lume di bontà e d’innocenza… I genii buoni che l’uomo trova nella natura, i fiori del bene che la coscienza pura sente sempre aleggiare intorno a sè quando si abbandona agli alti colloqui con l’infinito… gli angeli che la religione ha consacrati nel culto. Verità eterne idealizzate, più reali e vicine all’umanità di quanto lo scetticismo sospetti o il materialismo rinneghi… Tutti coloro che navigavano sulla imbarcazione che lentamente si avvicinava alla riva, ebbero l’intuito di quello che accadeva nello spirito assorto del maestro. Sua moglie, prima di ogni altro, aveva penetrato il suo pensiero, e intimamente ne esultava. Lady Giorgina, esile e bionda, nel pesante e molle mantello di un verde lucente, quello che sulla tavolozza si chiama «verde inglese,» con un gran velo svolazzante della stessa sfumatura, con le sue movenze lunghe un po’ ieratiche, offriva come dal pannello di un antico trittico senese, la sua figurina quasi immateriale. – Perchè mi guardate così fisso, maestro? – chiese ella con la sua voce un po’ gutturale, un po’ intimidita, un po’ superba di quell’attenzione che l’aveva fatta arrossire. Sembrate l’angelo nocchiero del secondo canto del Purgatorio, duchessa: oppure uno dei due angeli guardiani dell’ottavo:

Verdi, come fogliette pur mo nate,

Eran in veste, che da verdi penne

Percosse, traean dietro e ventilate.

Siete una forma vivente del mio pensiero. Il modello necessario al quadro che ho dipinto or ora nella mia mente. Volete posare per me? Il duca lo permetterà, ne sono certo, da buon amico dell’arte. Non troppe sedute. Non vi stancherò… Ma mi siete necessaria. Domani, domani stesso bisogna venire a posare… Liliana vi prega con me… Non è vero, cara? Liliana nascondeva nel suo ampio velo il pallore che le aveva invaso il volto. Si sentiva tutta bianca e gelata, come una morta. Non parlò. Non avrebbe potuto. Erano giunti. Discesero. Si separarono appena tocca terra. Ella entrò nella sua casa… tutta un tremito e tutta un nodo di pianto. Suo marito se ne accorse subito, ignaro della causa, e, amorosamente turbato, la seguì nelle stanze. – Amore, amore, che hai? Ella scoppiò in un pianto dirotto di bambina sconsolata, senza pudore e senza fierezza, posseduta tutta dal suo profondo dolore. – Che hai, che hai? – insisteva lui, prendendola fra le braccia, accarezzandola, riscaldandola col suo respiro. Angosciato fino alla radice dell’essere, oblioso di tutto quanto non fosse lei, la sua Liliana, la sua donna cara, l’unica creatura che egli amasse sulla terra! Non sono più io, non sono più io la tua modella? La tua ispiratrice, la tua musa? Un’altra? No, no, non voglio! Non è possibile… È mostruoso! Non lo permetterò mai! Tu?! Ma tu sei mia moglie, la mia adorata donna, la mia amante, Liliana! Ti vedo ora con altri occhi, con altro cuore, io! Le immagini che tu desti in me… non sono più immagini pure… no. La gioia terrena è tra noi, adesso… Tu sei per me la voluttà e l’ebbrezza. La tua persona è mia, solamente mia. Tu parli profondamente, terribilmente all’uomo mortale, ora, ma alla parte di me che sogna e crea, Liliana, tu non puoi parlare più… Ella non comprendeva abbastanza tutto quello che suo marito le diceva… ma vedeva i suoi occhi pieni di faville d’amore, sentiva la passione nella sua voce calda, sentiva forte e tenace la stretta delle sue braccia… sí che piangeva ancora e pure sorrideva tra le lacrime… – È l’eterno dissidio fra la realtà e il sogno – disse egli con voce grave – Ti lagni tu forse della realtà… che hai voluta e che ti ho data? Se non è cosí, mia Liliana, lascia che l’artista colga dove li trova i fantasmi fuggevoli del suo sogno… – Non più la tua musa, non più… – si lamentava ella in un debole sussurro… ch’egli spense con le sue labbra, appassionatamente…

(Da F.Nietzsche)

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