Tag

, ,

shiva-shakti

(Shiva Shakti o Buddha Shakti Statua in bronzo )

Il tantrismo è l’insieme degli insegnamenti spirituali, dei metodi rituali, delle pratiche meditative e delle tecniche yogiche con cui – manipolando abilmente i componenti del “corpo sottile” – si raffinano le nostre capacità mentali introspettive, si raggiunge il pieno controllo sul corpo, sulla parola e sulla mente e quindi si ottiene la purificazione delle nostre energie interne e dei nostri elementi costitutivi fisici e mentali; attraverso questo sottile cambiamento il praticante si trasmuta e si evolve in quello che è chiamato l’ “Essere adamantino” – cioè realizza la sua essenziale ed innata ‘natura di buddha’, che è indistruttibile e pura come il diamante . Si tratta di un processo di evoluzione interiore, a cui si accede esclusivamente per iniziazione e dove gli impulsi emotivi, estetici e sessuali sono una preziosa fonte di energia spirituale ; i livelli di coscienza più profondi – non raggiungibili attraverso il pensiero concettuale – sono ottenibili direttamente mediante l’uso di simboli appropriati. “Tantra” significa letteralmente “continuità, flusso ininterrotto”, in un duplice senso : continuità nella trasmissione degli insegnamenti da guru a discepolo e da un guru al successivo ; continuità della natura della mente nel flusso di coscienza del praticante. La natura della mente (o natura di buddha) – che sia velata dai klesa o che sia pura e svelata – è sempre presente in ogni essere, senza alcuna discontinuità : sia quando, all’inizio, essa è impura (“base”), sia mentre avviene la sua purificazione (“sentiero”), sia quando si ottiene la mente purificata o buddhità (“risultato”). Infatti, le tecniche ed i metodi tantrici permettono di trasformare i klesa in stati di realizzazione colmi di beatitudine senza alcuna rinuncia o rigetto. Il nome di Tantra, nell’accezione comune del termine, abbraccia molteplici testi sacri, per lo più di ritualistica, estranei o anche in contrasto all’ortodossia brahmanica, elaborati in un arco di tempo che va dai primi secoli dell’era volgare fin quasi ai giorni nostri. Tutti i Tantra, a qualunque genere appartengano, sono anonimi, nel senso che sono considerati come testi rivelati direttamente dalla divinità. I Tantra non appartengono a un’unica scuola, né rappresentano un solo indirizzo di pensiero. Culti diversi e per certi aspetti inconciliabili, come quello sivaita, quello buddhista e quello visnuita, vantano i loro Tantra. L’unico denominatore comune che troviamo in tali scritture è offerto dal loro scopo dichiarato, che è senza eccezione uno soltanto, cioè quello di offrire agli uomini di questa età un mezzo più adeguato e diretto per arrivare a conseguire quei poteri sopranormali o «perfezioni» (siddhi), che gli indiani hanno sempre con tanta ansia ricercato, o, per chi così volesse, la liberazione definitiva dai mali dell’esistenza fenomenica, della trasmigrazione, della storia. Questo principio e, sul piano devozionale, figura femminile è egualmente presente nei Tantra buddhisti, con la differenza che qui essa personifica la perfezione della saggezza (prajndpdramitd), la vacuità, la verità assoluta, riposata in se stessa, «estinta», mentre il principio maschile rappresenta la verità relativa, il mezzo (updya), la compassione sempre attiva e operante, cioè tutta la varietà, il gran «teatro», dei mezzi salvifici messi in opera dai Buddha e dai Bodhisattva per favorire la realizzazione della saggezza. La via che conduce allo stato di Buddha richiede la cooperazione, l’unione indivisibile di entrambi questi momenti, che si riflettono, in forma diversa, in tutti i piani dell’essere. L’unione di saggezza e mezzo, nei Tantra buddhisti, è rappresentata e concretamente vissuta nell’unione sessuale. Le infinite immagini del Dio che abbraccia la Dea (tib. yab yum) nei vari mandala e nelle tanka tibetane (ma prima indiane) ripetono, con variazioni innumerevoli, questo stesso concetto. Il seme, nell’atto amoroso, non deve essere emesso, ma trattenuto, arrestato, e fatto risalire attraverso il canale centrale (avadhùti) fino a raggiungere la cima della testa, donde è via via calato, nell’eccitazione erotica, dovuta alla presenza della donna, reale o immaginata che sia. Queste pratiche, che non sono patrimonio dei soli buddhisti, ma sono diffuse anche nel tantrismo induista, benché descritte qui in termini meno evidenti ed espliciti, affondano le loro radici nella tradizione religiosa dell’India. L’idea, apparentemente paradossale, dell’asceta itifallico e quella del seme non emesso che ritorna verso l’alto sono ben note nella mitologia e nei racconti religiosi dell’India. Nel buddhismo tantrico, il sommo piacere o piacere «non mosso», non defluente – che non ha esito, cioè, nell’emissione – è personificato nella figura dell’Essere adamantino {vajrasattva) – che rappresenta, a sua volta, la vacuità, il nirvana. L’influsso delle scuole tantriche buddhiste su queste correnti, diciamo così, estremiste è, a mio avviso, determinante. Il tantrismo buddhista, come insieme di tecniche soteriche, almeno nella sua formulazione scritta, precede quello induista, anche se ambedue hanno le loro radici in un fondo comune. L’eco lontana dei grandi pensatori buddhisti, della scuola di mezzo e del Vijnànavàda, alla cui luce le meditazioni e i rituali yoghici sono stati interpretati, giunge fino alle scuole sivaite. Dietro il velo delle diverse parole – talvolta a bella posta variate per dissimulare l’identità di fondo – i concetti essenziali sono gli stessi. Tali, per esempio, la struttura fisica del nostro corpo solcato da infiniti canali, di cui tre principali, due laterali e uno centrale, l’arresto della respirazione e quindi il superamento del tempo, l’uso di sostanze «trasgressive», l’impiego di mandala, mudrd e mantra, la stessa divisione del tutto in trentasei princìpi o realtà, che ritroviamo, diversamente nominati, come vedremo, sia nelle scuole buddhiste sia negli Àgama sivaiti e visnuiti. Molti testi soprattutto della corrente del Kula, con poche varianti, potrebbero essere letti in chiave buddhista. Questi Tantra a sfondo, diciamo così, idealistico, elaborati nell’India settentrionale dall’VIII al XII secolo, sono connessi per lo più col movimento dei cosiddetti «perfetti» (siddha). I Siddha sono figure a metà storiche e a metà leggendarie dell’India medioevale, che, a cavallo del buddhismo e dell’induismo, predicavano una via più facile per riscattarsi dalla trasmigrazione, dove, più che la meditazione o la speculazione, giovava l’applicazione di speciali esercizi psicofisici, noti col nome di yoga violento o hathayoga. Molti di questi Siddha sono rivendicati ugualmente da buddhisti e induisti, anche se la maggior parte di essi ci appare più connessa col buddhismo che con l’induismo. I loro insegnamenti non sono, di norma, espressi in sanscrito, ma nelle lingue popolari dell’epoca {apabhramsa) in brevi stanze che dovevano essere cantate in occasione di feste e raduni religiosi (ganacakra). L’affiorare delle lingue parlate (di cui troviamo traccia anche in talune opere di Abhinavagupta, dov’egli condensa l’insegnamento scritto in sanscrito in stanze in apabhramsa) dimostra come queste esperienze religiose non erano patrimonio di pochi dotti – per lo più brahmani – ma riflettevano ansie e aspettazioni di un più largo strato di gente, non necessariamente di casta elevata, ma anche di gruppi sociali inferiori o infimi. La consistenza e il valore dell’insegnameto dei Siddha, gente non sempre colta e che anzi dell’incoltura menava talora vanto, non sta ovviamente nell’originalità e sistematicità filosofica, ma nella spontaneità e ricchezza delle immagini e dei simboli che pervade le loro stanze. Teoricamente, fa da sfondo la dottrina nàgàrjuniana della vacuità (sunyata), la quale in pratica si traduce in varie forme di yoga – specialmente, come vedremo, quello sessuale – intese tutte a superare su diversi piani le dicotomie del samsàra e del nirvana, il sole e la luna, il pràna e Vapàna, la luce e le tenebre, le vocali e le consonanti, lalanà e rasand (equivalenti buddhisti di idà e pingalà, cioè i due canali di sinistra e destra) e via dicendo. Molte di queste stanze sono scritte in un linguaggio volutamente criptico, chiamato, dai commentatori buddhisti, samdhàbhàsà o linguaggio intenzionale (abhisamdhàya-bhàsà)} Questo linguaggio, simbolico e ambiguo (proprio non solo dei Siddha, ma della maggior parte dei Tantra di carattere più esoterico) serviva probabilmente a due scopi: nascondere il vero senso della dottrina ai non iniziati e suggerire, con la mobilità e convertibilità delle immagini, l’inadeguatezza del linguaggio logico e convenzionale a esprimere una realtà trascendente, per definizione oltre il linguaggio stesso.

(Da R.Gnoli)

Annunci