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Pythagoreans at sunrise

(Comunità di Pitagorici celebrano il sorgere del sole di Fëdor Bronnikov, 1869)

Il racconto di Empedocle di Agrigento; del demone esiliato e costretto al ciclo di reincarnazioni sulla terra è la sua esperienza personale, che a seguito di un suo errore, si ritrova improvvisamente a vestire un corpo mortale e a vagare, da dio che era, sulla terra dei viventi. Alla luce di ciò, la stessa vicenda che suggella la descrizione di una personalità straordinaria, investita secondo natura di un ruolo di estrema importanza per tutta l’umanità, quale guida e maestro è idealmente di ciascun uomo, e identifica allo stesso tempo l’essenza immortale che alberga in ogni essere vivente e informa di sé ciascun composto animale e vegetale in cui venga insufflato. Daimon è ancora secondo l’uso omerico (ma anche esiodeo) un vero e proprio dio che fa parte della comunità dei beati, di cui solo temporaneamente ha perso la cittadinanza, per poi riacquistarla una volta purificato, ma che, allo stesso tempo, dimostra una particolare propensione e vicinanza verso il genere umano. Il termine daimon sottolinea dunque la divina natura di Empedocle in opposizione alla caducità umana, l’eccezionalità della sua condizione e l’unicità della sua persona nei confronti dei comuni mortali. In questo senso si può desumere che sia una vera e propria rarità incontrare un dio in esilio, incarnato in un essere mortale. Un miracolo che capitò ai primi adepti della scuola pitagorica «nati da un seme migliore della natura mortale». Così fece Pitagora dunque con la cerchia dei suoi discepoli a Crotone, insegnando loro come officiare i giusti sacrifici, astenendosi dall’uccisione cruenta a scopo religioso o all’osservanza di una pratica di vita rigorosa e pura. Purtroppo però le nostre fonti non concordano su singoli particolari, rendendo difficile ricostruire con chiarezza l’insegnamento del filosofo di Samo e il modo di vita praticato dalla sua cerchia. Il filosofo e matematico Eudosso (IV sec. a.C.) ad esempio riporta la notizia secondo cui Pitagora non solo si asteneva dalla carne animale, ma si teneva addirittura lontano dai cacciatori. Secondo Dicearco poi una delle principali dottrine professate da Pitagora era quella secondo cui tutti gli esseri animati appartengono alla stessa famiglia. E’ abbastanza sicuro tuttavia che il cosiddetto stile di vita pitagorico risalga allo stesso Pitagora, che per questo fu molto ammirato non solo dai suoi discepoli, ma anche da chi era al di fuori della cerchia degli adepti, come suggeriscono le testimonianze di Isocrate e Platone. Il primo ci informa che «Pitagora di Samo … si segnalò in modo particolare per la scienza dei sacrifici e dei riti celebrati nelle solennità religiose, ritenendo che, se anche nessuna ricompensa gli fosse venuta per questo dagli dei, avrebbe però avuto una grandissima lode dagli uomini. Anche Platone conferma che la grande fama che ebbero Pitagora e i Pitagorici già tra i contemporanei era dovuta innanzitutto al loro stile di vita Bios” pitagorico.

così egli, insigne per animo virile e dignità,

anche morto gode con l’anima una vita beata,

se davvero Pitagora, il saggio, più di tutti

gli uomini seppe e comprese a fondo le dottrine …

Anche per quel che riguarda il famoso stile di vita degli orfici, il cosiddetto bios Orphikos, abbiamo delle testimonianze inconfutabili e preziosissime che risalgono almeno a Erodoto, il quale connette alcune consuetudini, a non indossare ad esempio vesti di lana nei luoghi sacri e soprattutto a non farsi seppellire con esse, cui in un altro passo attribuiva la paternità della dottrina dell’immortalità dell’anima e della metempsicosi in terra greca agli Orfici e ai Pitagorici. Parrebbe tuttavia che il corretto modo di comportamento, il trascorrere una vita in santità e purezza e l’officiare i giusti riti, oltre ovviamente all’iniziazione ai misteri di Orfeo, fosse così fondamentale agli inizi del movimento orfico, che la salvezza dell’anima sarebbe dipesa direttamente da un modo di vivere santo. Ad ogni modo il divieto principale predicato dagli Orfici non riguarderebbe tanto delle restrizioni alimentari, quanto l’evitare in qualsiasi modo lo spargimento di sangue. Questo è il precetto che maggiormente si associa alla teoria della metempsicosi, poiché, se l’anima può trasmigrare in qualsiasi corpo, anche animale, allora gli animali sono degni dello stesso rispetto dovuto all’essere umano. Interessante da questo punto di vista è anche la testimonianza di Aristotele, nel primo libro del De Anima, in cui dice a proposito dei Pitagorici:

Come se fosse possibile, secondo i miti pitagorici, che

qualunque anima entri in qualunque corpo”.

Platone ha come fonte primaria, per ammissione stessa del filosofo, proprio alcuni miti orfici, in questo senso uno dei brani per noi più interessanti è sicuramente un passo del Menone in cui si fa riferimento a uomini e donne sapienti nelle cose divine, sacerdoti e sacerdotesse, e a una loro dottrina, (peraltro condivisa da Pindaro), secondo cui «l’anima dell’uomo è immortale e questa ora arriva al suo compimento – e ciò lo chiamano morire – ora rinasce di nuovo, ma mai perisce; e perciò è necessario trascorrere la vita più santamente possibile», per alcuni studiosi il riferimento a sacerdoti e sacerdotesse è da porre in relazione soprattutto alla cerchia dei Pitagorici, è un dato di fatto che Platone, nomini Pitagora, nella sua vasta opera, una volta soltanto, mentre si riferisce di prevalenza a una credenza tipicamente orfica, quando ha a che fare con la preoccupazione esclusivamente religiosa di mantenersi santi e puri. Plutarco riferendosi al passo platonico, attribuisce la medesima dottrina esplicitamente a Orfeo, vi è poi un’altra testimonianza di Plutarco che collega la concezione sul castigo dell’anima, che non si astiene dalla carne, e il dogma orfico della metempsicosi, connesso al mito dell’uccisione di Dioniso ad opera dei Titani questi afferma in maniera allegorica che:

Le anime, per pagare il castigo per lo spargimento di sangue, per il consumo della carne e per il mangiarsi gli uni con gli altri, si reincarnano in corpi mortali. In realtà sembra che questa dottrina sia anche più antica. Infatti gli incidenti leggendari relativi allo smembramento di Dioniso, le violenze oltraggiose dei Titani, le loro punizioni e le folgorazioni dopo il pasto cannibalesco, tutto questo è un mito che ha a che fare con la palingenesia. Invero, quel che di irrazionale, di disordinato e violento, di non divino, bensì demoniaco che è in noi, gli antichi lo chiamarono i “Titani”, con riferimento a quegli esseri che sono puniti e scontano la pena”.

Da quanto detto si vede che circoli di iniziati ai riti di Orfeo proclamavano la fede nella metempsicosi e nell’immortalità dell’anima.  Vale la pena adesso di analizzare una testimonianza di V sec. a.C.: è il passo del secondo libro delle Storie di Erodoto, in cui lo storico, proprio a proposito della teoria dell’immortalità dell’anima e della sua trasmigrazione di corpo in corpo rivela che questa è di derivazione egizia, ma professata anche da alcuni Greci:

Gli Egizi per primi affermarono che l’anima dell’uomo è immortale, e che alla morte del corpo sempre emigra in un altro degli esseri che nascono di volta in volta, e quando essa sia passata attraverso tutti gli esseri, terrestri marini e volatili, rinasce di nuovo nel corpo di un uomo; e questo giro per essa si compie in tremila anni. Ci furono dei Greci che seguirono questa dottrina affermandola come loro propria, alcuni in tempi passati, altri di recente”.

Sulla lamina di Entella (III sec. a.C.) si legge, analogamente a quella di Hipponion, di anime (yuchv) che si rinfrescano nell’Ade presso il lago sulla destra del cipresso bianco, quel lago che l’anima dell’iniziato deve invece cautamente evitare. Anche nella lamina proveniente dal timpone grande di Thurii è menzionata la yuchv (Anima) che lascia la luce del sole. Ma i riferimenti più significativi a una teoria della palingenesia in cui siano innanzitutto coinvolte le yucaiv si possono leggere soprattutto sulle placche d’osso di Olbia Pontica (V sec. a. C.) In Olbia 3° recto si legge infatti la sequenza Pseudos Aletheia, soma yuchv, da cui sembrerebbe potersi dedurre che per gli Orphikoi di Olbia l’anima è legata alla verità, mentre il corpo alla menzogna, esattamente come nella più tarda teorizzazione platonica. L’allusione alla metempsicosi sembra si possa ricavare invece da Olbia 1° recto dove è riportata la sequenza bios / Tanatos / bios. Vita – morte – vita suggerisce difatti una sequenza in cui la morte non è che un passaggio intermedio tra due vite e in termini di metempsicosi il riferimento può essere sia a due incarnazioni successive sia al passaggio finale verso la vera vita, quella in cui l’anima dell’iniziato abbandona il corpo e la sua esistenza menzognera. Le tavolette di Olbia pontica sono per noi un preziosissimo documento per comprovare l’antichità non solo di determinate dottrine (e della loro terminologia specifica), ma anche per fugare ogni dubbio sull’esistenza di officianti a un culto collegato alla figura di Dioniso che si configurano come seguaci di Orfeo e giungono a confermare così che buona parte di quelle dottrine orfiche tramandate per altre fonti meno antiche (immortalità dell’anima, estraneità e contrapposizione rispetto al corpo, trasmigrazione) furono professate dal gruppo di iniziati fin dai suoi albori. Dall’analisi condotta sulle testimonianze orfiche e pitagoriche si evince una sostanziale concordanza di vedute sulle principali dottrine: l’immortalità dell’anima e la sua metempsicosi in corpi mortali. Da alcune testimonianze tarde, poi, come abbiamo visto, anche la ragione della palingenesia punitiva sembra essere stata condivisa da entrambi i circoli. Un certo regime ascetico, l’astensione dal consumo di alcuni cibi, la repulsione per il delitto di sangue sembrano ugualmente praticati dagli adepti dell’uno e dell’altro gruppo, con un certo rigore e una certa rigidità almeno agli inizi. E una simile condotta di vita sembra per entrambi il corollario necessario alla fede nella reincarnazione, al fatto cioè che l’animale, poiché partecipa dello stesso “soffio” che anima anche l’uomo, meriti lo stesso rispetto dovuto a questo ultimo. A quel “soffio vitale” da Omero in poi, ma soprattutto in ambito di palingenesia, quando arriva ad inglobare anche il significato di essenza individuale dell’uomo che persiste attraverso le varie reincarnazioni,

Ora moristi e ora nascesti, o beatissimo, in questo giorno.

Dì a Persefone che Bacco stesso ti liberò…

Tieni il vino, onore felicissimo

e tu andrai sotto terra compiuto gli stessi riti degli altri beati.

(Da Ch.Ferella)

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