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(Athena – la dea della sapienza – Louvre. Copia romana dal I secolo dC, dopo un originale greco del IV secolo aC, attribuito a Cefisodotos o Eufranco. )

Come ci ricorda Esiodo, nel racconto della primissima origine del mondo, la cultura greca si distingue da quelle coeve del Vicino Oriente per un aspetto particolarissimo: mentre la Bibbia, ad esempio, o l’Enuma Elish (opera religiosa che risale al periodo di Nabucodonosor I di Babilonia) descrivono l’origine delle cose, iniziando semplicemente da dove queste effettivamente presero ad essere, la cultura Greca ha bisogno innanzitutto di “citare la fonte”, attraverso cui è possibile all’uomo venire a conoscenza degli eventi all’origine del mondo. In effetti il problema di come si è arrivati al possesso di una determinata conoscenza, anche dei fatti all’origine dell’universo, sembra essere centrale per la mentalità greca. Dodds in un suo contributo, ormai divenuto un classico degli studi di cultura antica, puntualizzava che in un’età che non produceva documenti scritti l’unica possibilità di trovare una testimonianza di prima mano risiedeva nella divinità: «allo stesso modo dunque che potremmo pervenire alla verità per ciò che riguarda il futuro solo se l’uomo potesse attingere una scienza più vasta della propria – proseguiva lo studioso – così la verità sul passato avrebbe potuto essere salvata soltanto a condizioni analoghe». In altre parole, la conoscenza certa di fatti che accaddero in un passato lontanissimo, o ancor di più di quelli che ebbero luogo all’origine stessa del tempo e della storia, prima che qualsiasi cosa fosse, riposa esclusivamente sulla comunicazione che la divinità dà di essi. Una simile affermazione vale anche per i racconti dell’Antico Testamento, così come per l’Enuma Elish: la credibilità della storia della creazione dell’universo e dell’origine dell’uomo nella Genesi riposa sul fatto che ciò che è qui narrato è «parola di Dio», è un sapere rivelato dalla divinità agli uomini. Possiamo analogamente ritenere che la stessa fede pervadesse gli ascoltatori dell’Enuma Elish durante la sua recitazione in occasione delle festività religiose. Cosa è allora che fa la differenza tra i racconti epici greci e quelli vicino orientali? Innanzitutto il fatto per cui nei poemi greci la dipendenza della verità del racconto dalla divinità non è data per scontata, ma esplicitamente ribadita a inizio di ogni narrazione e anzi una delle funzioni dei proemi, la più significativa, è proprio l’invocazione della divinità, da cui dipende interamente quanto verrà cantato. L’aedo omerico invoca la divinità per chiederle in particolare di ispirargli l’argomento del canto e di concedergli memoria. Questo secondo aspetto è percepito talmente vitale per il mestiere stesso del poeta, che Mnemosyne è, nella genealogia divina, strettamente legata alle Muse, di cui è madre, come apprendiamo da Esiodo. Una simile importanza attribuita alla memoria e al suo ruolo nella performance dell’aedo non stupisce, se si pensa che questa non era rivolta soltanto al patrimonio di miti tradizionali, a partire dai quali un cantore decideva di ritagliarsi un episodio, ma era parte integrante della tecnica stessa del comporre: gli studi classici sull’oralità infatti hanno messo in luce quanta parte abbia in questo senso la cosiddetta tecnica formulare, la memorizzazione cioè di alcune espressioni che appaiono strettamente legate a singoli cola metrici. Il rapporto con la divinità non si esaurisce però solo in un problema espressivo. Dal suo intervento dipende infatti l’esistenza stessa del canto. «Secondo la concezione omerica, infatti, il poeta non è l’inventore del canto, ma solo lo strumento, il ricevitore di ciò che gli detta una divinità, la Musa». Senza l’intervento divino, quindi, l’aedo non solo non entrerebbe mai in possesso della capacità tecnica di comporre ma gli sarebbe negato il requisito primario del canto, dal momento che soltanto la divinità può donare il ricordo. C’è una ragione concreta, resa esplicita nei poemi omerici, per cui soltanto la divinità costituisce la fonte attendibile ai fatti che si collocano in un remoto passato. Tra le varie invocazioni alla Musa, disseminate all’interno dei poemi omerici, la nota preghiera posta a introduzione del catalogo delle navi è, per l’argomentazione che stiamo svolgendo, una tra le più interessanti

Ditemi adesso, o Muse che abitate l’Olimpo –

voi dee, voi siete sempre presenti, tutto sapete,

noi la fama ascoltiamo ma nulla vedemmo –

quali erano i capi e i guidatori dei Danai …

L’aedo omerico ha bisogno del rapporto con la Musa proprio perché soltanto la divinità è capace di colmare la sua congenita limitatezza. A nulla varrebbero infatti le sue capacità anche qualora fossero decuplicate, quello che continuerebbe a mancargli e che è invece offerto proprio dal rapporto con la Musa, è appunto l’esperienza diretta, la partecipazione personale agli avvenimenti che canta. Tanto è vero che, secondo la concezione omerica, chi è in possesso di tale testimonianza diretta può fare a meno, nei suoi racconti, della divinità. L’esempio più calzante in questo senso è Odisseo. Quando questi si trova a narrare al cospetto di Alcinoo e degli altri nobili – quasi fosse un aedo – le vicende che lo portarono alla corte dei Feaci, balza subito agli occhi l’assenza dell’invocazione alla Musa. Odisseo, protagonista diretto di ciò che narra, non ha bisogno né di un testimone oculare degli eventi, né del dono divino della memoria, perché «in lui memoria ed esperienza si identificano». Ma se questi decidesse di raccontare qualcosa al di là della sua personale vicenda avrebbe anche egli bisogno dell’ausilio divino: la conoscenza del passato, così come quella del futuro, è negata all’uomo – anche a quello «dai molti percorsi» e dal «multiforme ingegno» – se il dio non lo empie di sé. Come abbiamo ricordato, l’aedo è in grado di cantare secondo verità soltanto se è ispirato. E’ proprio tale rapporto che il cantore stabilisce con la divinità a rendere autorevole il messaggio e a fare del poeta, un «maestro di verità»: se è ispirato dal dio, questi non può cantare menzogne. La possibilità che le Muse ispirino un canto non veritiero, come sembrerebbe ammettere Esiodo, si dà infatti soltanto in via del tutto teorica: la sapienza dell’uomo è talmente limitata rispetto a quella divina, che questi non sarebbe in grado nemmeno di riconoscere la menzogna dalla verità senza l’ausilio del dio.Un canto direttamente ispirato si riconosce poi dal fatto che l’aedo narra un racconto attendibile, esponendo gli eventi «nel giusto ordine (kata; kosmou)», come è detto di Demodoco, ilcantore alla corte dei Feaci. Che questi sia particolarmente amato dalla divinità, lo scopriamo fin dal suo primo ingresso, fin da quando cioè è chiamato per la prima volta ad intonare un canto che allieti il banchetto. Demodoco è un teios aoidos, nel senso che la facoltà di cantare e il canto stesso gli derivano dal dio. La Musa in persona, che molto lo amò, gli diede il dono del canto, togliendogli però quello della vista. Come prova di questo favore divino egli dimostra di possedere la capacità di cantare gli avvenimenti «ordinatamente». Proprio per questo viene lodato da Odisseo di fronte ad Alcinoo e agli altri nobili Feaci:

Demodoco io ti apprezzo al di sopra di tutti gli uomini:

ti ha istruito la Musa figlia di Zeus oppure Apollo.

Hai cantato bene il destino dei Greci,

cosa fecero e cosa patirono e quanto soffrirono,

come l’avessi visto in persona o sentito da un altro.

Non diversa appare, secoli dopo, l’opinione di Pindaro in merito a una sapienza che non si avvalga dell’ausilio degli dei. Nel Peana VII b (vv. 18 20) il poeta ci avverte, infatti, che l’animo dell’uomo sarebbe cieco, qualora la divinità non indicasse la verità:

Cieche le menti degli uomini

se uno senza le Muse eliconie

si spinge a cercare la via profonda della saggezza.

Passi come questo, in cui è messo l’accento sull’indagine sterile di chi confida soltanto sui propri mezzi umani, sono numerosi nell’opera pindarica. Nel Peana VI, ad esempio, il poeta, dopo essersi dichiarato profetas delle Muse (v. 6), esprime la sua incapacità a trovare le vie del canto senza il loro sostegno, perché solo esse, insieme a Zeus e Mnemosyne hanno la conoscenza di ogni cosa. La sapienza dell’uomo è – secondo Pindaro – del tutto inadeguata a scoprire i disegni degli dei. Quando un poeta si riduce «a comunicare soltanto il proprio sapere, a far uso unicamente dei propri mezzi, il poeta non ha più accesso alla sfera del vero. La conoscenza è infatti attributo specifico delle Muse, che hanno la funzione di comunicarla agli uomini». La pratica della divinazione è senza dubbio un aspetto molto importante dell’antica sapienza greca, come ben testimoniano note figure di antichi sophoi. Essa si basa sul possesso di una conoscenza, accordata per benevolenza divina, più ampia rispetto a quella dell’aedo. Indovini, profeti e sacerdotesse oracolari si distinguono dal poeta perché il loro sapere non è rivolto soltanto al passato, ma anche al presente e al futuro. Celeberrimo e importantissimo il ruolo svolto dall’oracolo di Apollo a Delfi e della sua sacerdotessa: l’attendibilità del messaggio affidato alla Pizia poggia sulla capacità naturale di questa di interpretare i segni inviati da Apollo e di comprenderne la voce. Il dio si manifestava infatti, a quanto sembra, non per mezzo di visioni, ma attraverso quello che Dodds (1951) definisce l’«“entusiasmo” (inteso nel senso originario e letterale. La Pizia diventava entheos, plena deo: il dio entrava in lei e si valeva dei suoi organi vocali come fossero i suoi propri». Di qualsiasi tipo sia la sapienza, sia che essa sia rivolta soltanto al passato, come quella dell’aedo, o si apra anche alla previsione del futuro, come quella del mantis o del veggente, sia che essa si ottenga attraverso l’ascolto o piuttosto attraverso la visione diretta dei fatti, come nel caso dei veggenti, un tratto comune emerge dalla nostra sintetica trattazione. La sapienza antica è innanzitutto di natura divina. Le Muse, Apollo, Zeus o qualsiasi altra divinità entrano in rapporto con l’uomo comune e a questo, in via del tutto preferenziale, comunicano una conoscenza straordinaria, sovraumana e assolutamente veritiera. Senza l’ausilio divino, al contrario, l’uomo, pur dotato di ingegno o forza fisica, rimane in una condizione determinata dalla sua stessa natura. Proprio perché esposti a ciò che Zeus o gli altri dei invieranno loro giorno per giorno, senza riuscire a comprendere quale sarà il destino che la divinità ha riservato loro, gli uomini sono condannati a rimanere, loro malgrado, in una triste inconsapevolezza riguardo l’intera vicenda umana – ben chiara invece al dio – un’ignoranza contro cui a nulla vale qualsiasi espediente umano. I mortali restano così letteralmente e pateticamente privi di mezzi.

Sulle cose invisibili come sulle cose mortali, evidente certezza sono solo

gli dei ad averla, agli uomini come tali è dato far soltanto congetture.

(Da Ch.Ferella)

(Apollo e le Muse – Altorilievo)

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