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(Pavimento di siena, ermete trismegisto – Giovanni Di Stefano – 1500)

Intorno al 1460 un manoscritto greco venne portato a Firenze dalla Macedonia: ne era latore un monaco, uno di quei molti agenti impiegati da Cosimo de’ Medici per raccogliergli manoscritti. Esso conteneva una copia del Corpus Hermeticum, non del tutto completa in quanto comprendeva solo quattordici dei quindici trattati della raccolta: l’ultimo era quello mancante. Benché i manoscritti platonici fossero già tutti riuniti e aspettassero solo di venire tradotti, Cosimo ordinò a Ficino di metterli da parte e di tradurre subito l’opera di Ermete Trismegisto prima di affrontare i filosofi greci. È lo stesso Ficino a darci questa notizia, in quella dedica a Lorenzo de’ Medici del commento a Plotino in cui descrive l’impulso dato agli studi greci dall’arrivo a Firenze di Gemisto Pletone e di altri dotti bizantini in occasione del Concilio, e come Cosimo avesse commissionato a lui personalmente la traduzione dei tesori della filosofia greca giunti allora in Occidente da Bisanzio. Cosimo, egli dice, gli aveva consegnato le opere di Platone per tradurle; ma nel 1463 Cosimo fece sapere a Ficino che egli doveva tradurre subito, per primo, Ermete e passare in seguito a Platone: «mihi Mercurium primo Termaximum, mox Platonem mandavit interpretandum». Ficino portò a termine la traduzione in pochi mesi, mentre il vecchio Cosimo, che morì nel 1464, era tuttora in vita. Quindi si dedicò a Platone. È una situazione straordinaria: ci sono, disponibili, le opere complete di Platone, ed esse debbono aspettare che Ficino abbia tradotto, sia pure velocemente, Ermete, probabilmente perché Cosimo lo vuole leggere prima di morire. Quale testimonianza può essere più indicativa della misteriosa reputazione del «tre volte grande»? Cosimo e Ficino sapevano dai Padri che Ermete Trismegisto era molto più antico di Platone. Essi conoscevano anche l’Asclepius latino che stimolava il desiderio di attingere altra antica sapienza egiziana dalla medesima fonte remota. L’Egitto veniva prima della Grecia, Ermete prima di Platone. Il rispetto rinascimentale per tutto ciò che fosse antico, originario, remoto, e quindi più vicino alla verità divina, portava come conseguenza che il Corpus Hermeticum venisse tradotto prima della Repubblica o del Simposio platonici, e così esso fu di fatto il primo testo a venir tradotto da Ficino. Egli dette alla sua traduzione il titolo di Pimander: nel Corpus Hermeticum questo titolo si riferiva solo al primo trattato ma egli lo applicò a tutto il Corpus o, piuttosto, ai quattordici trattati contenuti nel suo manoscritto. Ficino dedicò la traduzione a Cosimo e la dedica, o argumentum, come egli lo chiama, rivela lo stato d’animo, l’atteggiamento di profondo timore reverenziale e di stupore con cui egli si era avvicinato a questa meravigliosa rivelazione di antica sapienza egiziana. “Nel tempo in cui nacque Mosè fioriva l’astrologo Atlante, fratello del fisico Prometeo e zio materno di Mercurio il Vecchio il cui nipote fu Mercurio Trismegisto”. Così inizia l’argumentum, con una versione leggermente distorta della genealogia agostiniana di Ermete che lo colloca subito in una remota antichità e quasi in un contesto mosaico. Di Mercurio hanno scritto Agostino, così continua Ficino, e anche Cicerone e Lattanzio. Egli ripete quindi la notizia ciceroniana secondo cui Mercurio dette «leggi e lettere» agli Egiziani, aggiungendo che questi fondò la città chiamata Ermopoli. Egli era un sacerdote egiziano, il più saggio di tutti loro, eccelso come filosofo per la sua vasta conoscenza, come sacerdote per la santità di vita e per la pratica dei culti divini, degno infine del rango reale come amministratore delle leggi, qualità, queste, per cui viene giustamente chiamato «Termaximus», cioè il «tre volte grande».

“Egli è detto il primo autore di teologia: gli successe Orfeo, secondo fra i teologi dell’antichità; Aglaofemo, che era stato iniziato all’insegnamento sacro di Orfeo, ebbe come successore in teologia Pitagora, di cui fu discepolo Filolao, il maestro del nostro divino Platone. C’è, quindi, una teologia antica (prisca, theologia)… che ha la sua origine in Mercurio e culmina nel divino Platone”.

In questa prefazione al Pimander Ficino espone per la prima volta la sua genealogia di sapienti, elaborata non tanto in base a Gemisto Pletone, che non fa menzione di Trismegisto, quanto ai Padri, e in particolare Agostino, Lattanzio e Clemente. Egli doveva ripetere molte volte, in seguito, questa sua genealogia: Ermete Trismegisto vi compariva sempre o al primo posto, o secondo solo a Zoroastro (a cui Pletone aveva dato la palma di primo priscus theologus), oppure primo alla pari con quest’ultimo. La genealogia della prisca theologia dimostra con grande evidenza l’estrema importanza che Ficino assegnava a Ermete come fons et origo di una tradizione di sapienza che durava ininterrottamente fino a Platone. Dalle opere di Ficino si potrebbero citare molte altre testimonianze della sua opinione incrollabile del primato e dell’importanza di Ermete; questo suo atteggiamento colpì un antico biografo del filosofo fiorentino che così si espresse: «Egli [Ficino] aveva l’opinione ferma e decisa che la filosofia di Platone traesse origine da quella di Mercurio, i cui insegnamenti gli sembravano più vicini alla dottrina di Orfeo e, per certi versi, alla nostra Teologia [cioè al Cristianesimo] che non quelli di Pitagora». Mercurio scrisse molti libri riguardanti la conoscenza delle cose divine, continua Ficino nella prefazione al Pimander, in cui rivela misteri arcani. Né egli parla solo come filosofo, anzi talvolta canta il futuro da profeta. Egli previde la rovina dell’antica religione, la nascita di una fede nuova e l’avvento di Cristo. Agostino dubita che tale conoscenza gli provenisse dalle stelle o dalla rivelazione dei demoni, ma Lattanzio non esita a collocarlo fra le Sibille e i profeti. Queste osservazioni (che qui abbiamo parafrasato dall’argumentum senza tradurle completamente) mostrano lo sforzo, da parte di Ficino, di evitare la condanna agostiniana del suo eroe per l’idolatria egiziana presente nell’Asclepius, attraverso l’accentuazione dell’opinione favorevole di Lattanzio. Subito dopo passa a dire che, fra i molti libri scritti da Mercurio, due principalmente sono divini: quello chiamato Asclepius, che il platonico Apuleio aveva tradotto in latino, e quello chiamato Pimander (cioè il Corpus Hermeticum) che era stato portato dalla Macedonia in Italia e che lui stesso, per ordine di Cosimo, aveva allora tradotto in latino. Egli esprime il convincimento che esso fosse stato scritto originariamente in egiziano e quindi tradotto in greco per rivelare ai Greci i misteri egiziani. L’argumentum termina con una nota estatica, indicativa di quelle iniziazioni gnostiche di cui si occupano gli Hermetica. In quest’opera, sostiene Ficino, splende una luce di divina illuminazione. Essa ci insegna come, sollevandosi al di sopra degli inganni dei sensi e delle nubi della fantasia, si debba rivolgere la nostra mente alla Mente divina, come la luna si rivolge al sole, cosicché Pimandro, cioè la Mente divina, possa penetrare nella nostra mente mettendoci in grado di contemplare l’ordine di tutte le cose così come esse esistono in Dio. Nell’introduzione alla sua edizione degli Hermetica Scott ha delineato come segue l’atteggiamento di Ficino verso queste opere:

“La teoria ficiniana della relazione fra Ermete Trismegisto e i filosofi greci era basata in parte su dati forniti da antichi scrittori cristiani, specialmente Lattanzio e Agostino, e in parte sulle testimonianze interne del Corpus Hermeticum e dell’Asclepius latino dello Pseudo-Apuleio. Egli si rese conto… che la rassomiglianza tra le dottrine ermetiche e quelle di Platone era tale da implicare qualche connessione storica; ma, dando per scontato che l’autore degli Hermetica fosse vissuto all’incirca al tempo di Mosè, egli invertì la relazione reale e ritenne che Platone avesse derivato la sua teologia, attraverso Pitagora, da Trismegisto. Questa sua opinione venne fatta propria, almeno nelle sue linee generali, da tutti coloro che si occuparono di questo tema, sino alla fine del XVI secolo”.

Si tratta di un dato di fatto incontestabile che tutti gli studiosi del neoplatonismo rinascimentale, inaugurato dalle traduzioni e dalle opere di Ficino, farebbero bene a tenere presente. Non è stato ancora sufficientemente indagato quale sia stato l’effetto prodotto su Ficino dal suo incontro, improntato da timore reverenziale, con gli Hermetica considerati espressione della prisca theologia, la fonte originaria di illuminazione proveniente dalla Mens divina e che avrebbe in seguito spinto Ficino stesso a studiare il nucleo originario del platonismo interpretandolo come una gnosi derivata dalla sapienza egiziana. I contemporanei condivisero la valutazione ficiniana dell’importanza estrema degli scritti ermetici poiché il Pimander ebbe un’immensa diffusione. Ne esiste un numero grandissimo di manoscritti, superiore a quello di qualsiasi altra opera di Ficino. Esso venne stampato per la prima volta nel 1471 e conobbe sedici edizioni successive sino alla fine del XVI secolo, senza contare quelle in cui esso appare insieme alle altre opere. Una traduzione italiana, dovuta a Tommaso Benci, fu stampata a Firenze nel 1548. Nel 1505 Lefèvre d’Etaples raccolse in un solo volume il Pimander ficiniano e la traduzione dell’Asclepius dello Pseudo-Apuleio. La bibliografia delle edizioni, traduzioni, raccolte e commenti di scritti ermetici nel XVI secolo è lunga e complicata e testimonia il profondo ed entusiastico interesse sollevato da Ermete Trismegisto nel corso di tutto il Rinascimento. Dopo che la Chiesa medievale ebbe messo al bando la magia, questa fu costretta ad una vita latomica e il mago a praticare in segreto la sua arte aborrita. Poteva darsi che anche la gente rispettabile ricorresse a lui furtivamente e che egli fosse molto temuto; tuttavia non veniva certo ammirato pubblicamente come filosofo religioso. Invece la magia rinascimentale, riformata, dotta e che rifiutava in ogni occasione qualsiasi rapporto con la vecchia magia ignorante, diabolica o nera, costituiva non di rado un accessorio del reputato filosofo rinascimentale. Questa nuova posizione della magia fu indubbiamente dovuta soprattutto al grande afflusso di letteratura di provenienza bizantina, in prevalenza risalente ai primi secoli dopo Cristo allorché le filosofie dominanti recavano tutte tracce di occultismo. Il dotto e assiduo lettore di autori come Giamblico, Porfirio o anche Plotino, non poteva più considerare la magia una materia per gente ignorante o inferiore. Anche la genealogia di antichi sapienti, che Ficino tanto fece per propagare, favoriva a sua volta una rinascita della magia, in quanto molti dei prisci theologi furono prisci magi e la letteratura su cui essi fondavano le loro asserzioni risaliva realmente all’occultismo dei primi secoli d. C. All’antichissimo Zoroastro, che talvolta sostituisce Ermete al primo posto nella catena della sapienza, venivano attribuiti gli Oracoli caldaici che non erano, come si supponeva, documenti di una lontanissima antichità ma del II secolo d. C.. La magia incantatoria, il cui insegnamento veniva fatto risalire a Orfeo, secondo nella catena dei prisci theologi, si basava in realtà sugli inni orfici, la maggior parte dei quali risalgono al II o III secolo d. C.. Perciò Ermete Trismegisto non era il solo teologo o mago dell’antichità la cui sacra letteratura venisse erroneamente datata. Ciò nonostante è probabile che Ermete Trismegisto sia la più importante figura nel processo di rinascita della magia durante il Rinascimento. L’Egitto veniva tradizionalmente associato alle forme più oscure e forti di magia: ora invece venivano alla luce gli scritti di un sacerdote egiziano di straordinaria pietà, a conferma dell’alta opinione che il Padre della Chiesa Lattanzio aveva espresso su quest’uomo che gli scrittori più autorevoli consideravano la fonte di Platone. Quasi certamente fu la scoperta del Corpus Hermeticum, che dimostrava la pietà di Ermete e lo poneva in così stretto rapporto con la filosofia platonica dominante, a riabilitare il suo Asclepius, condannato da Agostino per i suoi elementi di maligna magia demonica. La posizione straordinariamente alta assegnata a Ermete Trismegisto in questa nuova età portò alla riabilitazione dell’Egitto e della sua sapienza, e quindi della magia con cui quella sapienza era associata.

(Da F.A.Yates)

[PDF Ermete Trismegisto, Corpo ermetico e Asclepio (a cura di Bianca Maria Tordini Portogalli)

[PDF] Ermete Trismegisto – La pupilla del mondo [Kore kosmou]

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